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sabato 26 aprile 2014

Il fascino del Natale nei "Nove appunti" di Giulio Andreotti

di
Mario Gaudio

Nel leggere questo libro ci si sente quasi inopportuni dacché le sue pagine ci conducono nel sancta sanctorum di un uomo enigmatico che, ancora oggi, dall’alto della sua veneranda età, continua ad essere «l’entusiasmo degli uni, lo scandalo degli altri e l’occupazione di tutti».
Nove appunti di Natale getta uno spiraglio di luce sulla vita di Giulio Andreotti, indiscusso protagonista della politica italiana a partire dal secondo dopoguerra, penetrando con discrezione nell’intimità familiare di questo democristiano di ferro che, con la sua moderazione ardita e con la singolare “teoria dell’uomo medio”, ha incarnato in tutto e per tutto la vocazione alla politica e allo Stato. 
Ecco dunque il motivo per cui, come giustamente rileva Federico Roncoroni nella sua introduzione, questo libro si presenta in una veste molto particolare: «[…] ogni flash un Natale, ogni Natale uno scorcio di vita, ogni scorcio di vita un preciso momento sociale e politico della nostra storia, ogni momento sociale e politico uno stato d’animo».
Il senatore a vita Giulio Andreotti
Andreotti, utilizzando una prosa pacata, efficace e sottilmente ironica, frutto di una moderazione non soltanto ideologica ma divenuta stile di vita e di pensiero, racconta, attraverso la forma a lui cara del diario, nove vicende che hanno caratterizzato altrettanti periodi natalizi della sua lunga esistenza.
Il primo Natale di cui il senatore a vita ha memoria è quello del lontano 1921, un periodo di «confusa tristezza» per la perdita del padre, la cui salute era stata compromessa gravemente in guerra; il 1929 è l’anno del primo «discorso pubblico» del piccolo Giulio che, su esortazione della vecchia zia Mariannina (papalina intransigente classe 1854), declama una poesia natalizia dal pulpito della chiesa romana dell’Aracoeli; quello del 1940 è invece il Natale delle preoccupazioni per la famiglia Andreotti a causa del primogenito Francesco, richiamato sul fronte libico, e della giovane moglie, partoriente in una situazione talmente tesa da indurre addirittura il clero ad anticipare al pomeriggio la tradizionale Messa di mezzanotte per rispettare il coprifuoco.
Seguono i racconti del 1943, anno in cui Andreotti assiste, nell’anticamera di monsignor Montini (futuro Papa Paolo VI), ad un frivolo confronto tra due diplomatici rifugiati in Vaticano la cui maggiore preoccupazione, nonostante la grave incertezza del momento, era legata ai criteri di attribuzione di un’onorificenza; del 1945, anno in cui Andreotti, novello sposo, assapora la compagnia natalizia di una suocera «comprensiva» che smentisce la consolidata opinione negativa risalente ad un’antica leggenda che il senatore a vita ci riporta in questi termini: «Anche se è un poco irriguardoso, pare che il Signore per punire San Pietro che avrebbe avuto momenti di incertezza gli guarì la suocera»; e del 1952, l’anno del «Natale sconcertante» in cui la serenità della famiglia Andreotti è turbata da un vecchio compagno d’università che, in maniera truffaldina, riesce a sottrarre del denaro all’ambizioso politico democristiano.
Nove appunti di Natale si conclude con il racconto di altri tre anni estremamente importanti nella vita di Giulio Andreotti: il 1978 è il «Natale tristissimo» in cui, secondo le parole dell’autore, «[…] si chiude l’anno più drammatico della mia vita, per la irrimediabile tragedia di Aldo Moro»; nel 1979 Andreotti assapora «una allegrezza tutta nuova e particolare» per la nascita della sua prima nipotina; infine il 1993 è l’anno del «primo Natale da inquisito» in cui l’ex presidente del consiglio, abituato a rispondere personalmente ai molteplici biglietti di auguri, per evitare di «”corrispondere” con qualche soggetto dubbio» decide di utilizzare un’ambigua espressione della diplomazia vaticana, concludendo le sue lettere con la formula “Con tutta la stima che la S. V. merita”, «[…] che sia molta o nulla, resta imprecisato».
In ultima analisi, Nove appunti di Natale si presenta come un libro gradevolissimo alla lettura e altrettanto interessante nei contenuti, ideale in queste fredde giornate di dicembre per comprendere il fascino che il Natale è in grado di suscitare anche su quegli uomini che i media ci presentano come “inarrivabili”.
Possa questo fascino natalizio orientare le nostre vite verso un nuovo anno di serenità e solidarietà!


(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)

mercoledì 16 aprile 2014

Il Natale vittoriano di Charles Dickens

di 
Mario Gaudio

Molto spesso la letteratura precorre i tempi e ha in sé un qualcosa di profetico che, a distanza di anni, è verificabile quasi con logica lucidità. Certo, Charles Dickens, nel lontano 1843, non avrebbe mai immaginato che il suo A Christmas Carol (Canto di Natale) contenesse la descrizione dei gelidi uomini d’affari del XXI secolo; così come il grande autore inglese non avrebbe potuto minimante sospettare che il suo programma ideologico potesse essere un’ottima soluzione per uscire, non dico indenni ma comunque sopravvissuti, dal pantano economico, politico e culturale in cui ci ritroviamo per palese colpa di figure più o meno losche (salvo le doverose eccezioni) che hanno occupato in questi ultimi decenni gli scranni del potere.
Penetrando con maggiore incisività nelle idee di Dickens emerge un programma politico-ideologico realmente all’avanguardia e perfettamente sintetizzato da Alex Falzon nell’Introduzione all’edizione Mondadori dei Racconti di Natale: «Più che cambiare le strutture della società, egli mirava a mutare l’anima del singolo cittadino; Dickens non credeva nella rivoluzione perché questa avrebbe portato soltanto a delle alterazioni in superficie senza sconvolgere, a livello profondo, la  condotta etico-morale dell’individuo».
L'avido Ebenezer Scrooge protagonista di Canto di Natale
Ecco allora che nulla è più efficace per combattere una qualsiasi forma di decadenza (e mai come oggi siamo sull’orlo del baratro) che l’intervento sul singolo individuo piuttosto che su una determinata categoria o sull’intera società. In fondo, si tratta di un principio evangelico: ognuno di noi è chiamato ad essere «lievito» nel mondo in cui vive.
Basta poco per verificare, se anche ce ne fosse bisogno, la veridicità di quanto detto: Ebenezer Scrooge, protagonista di Canto di Natale, «con […] pugno di ferro […] teneva il timone, e […] sapeva spremere, torcere, afferrare, grattare, ammassare, strappare, da quel vecchio e avido peccatore che era». Non potrebbe esserci descrizione migliore per tracciare il ritratto di alcuni manager delle più importanti multinazionali, di taluni banchieri o ministri.
Pare proprio che determinate categorie siano destinate a sopravvivere addirittura ai secoli per perpetrare questa loro funzione di “spremitura” sociale. Ma, riflettendo bene, si tratta di vite aride, sostanzialmente vuote e forse monotone, non capaci di godere dei semplici piaceri quotidiani e delle gioie del Natale.
Charles Dickens
Tuttavia anche il rapace Scrooge è posto dinanzi alla possibilità di redimersi: l’incontro con il fantasma del suo defunto socio Jacob Marley prima e dei Natali (del passato, del presente e del futuro) poi, unito al timore del suo destino oltremondano, lo conducono a subire una «dolorosa temperata» (tanto per citare la storia della matita descritta da Paulo Coelho nel suo Sono come il fiume che scorre) che rende il vecchio uomo d’affari gioviale, cortese e praticamente irriconoscibile rispetto al passato.
Vorrei aver trasmesso a voi, cari lettori, queste mie considerazioni con lo stesso spirito e nelle stesse circostanze descritte dal già citato Falzon: «Siamo all’essenza dell’uomo vittoriano, nel centro vitale del suo nucleo sociale: la famiglia seduta in cerchio intorno al camino. E se qualcuno racconterà una storia di fantasmi, nessuno avrà paura perché cosa al mondo, in un momento simile, potrebbe recar loro danno e strapparli da un tale senso di comune benessere?».
L’augurio più sincero è che ognuno di noi, in queste feste, possa cancellare ciò che di turpe alberga nella propria anima incontrando, come Scrooge, il “fantasma” della nostra coscienza e ascoltando docilmente il suo richiamo ad una condotta giusta, solidale e felice.


 (Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)