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sabato 10 maggio 2014

Officina umanistica: Sei lettere inedite di Andreotti ai familiari

L'ex Presidente del Consiglio Giulio Andreotti

«Ho avuto una vita incredibilmente felice». Così Giulio Andreotti definisce la sua esistenza terrena, in una delle sei lettere che scrisse in momenti particolari della sua vita a partire dal 1978. Sono lettere indirizzate ai familiari che dovevano essere aperte solo in caso fosse morto improvvisamente, per cause naturali o per un attentato.
La sua prima lettera è datata 10 aprile 1978, ventiseiesimo giorno del sequestro di Aldo Moro, un momento drammatico per Andreotti: «Non avevo mai pensato di scrivere qualcosa per il mio post mortem, ma gli avvenimenti di queste ultime settimane, dando fragilità alla nostra sicurezza, mi inducono a farlo». Le sei lettere da aprire post mortem, che contengono anche alcune disposizioni per il dopo – «Poche, perché ho comandato fin troppo da vivo», scrive Andreotti con la sua nota ironia in quella più recente, datata giugno 2005 – sono state ritrovate e aperte dai figli dopo la sua scomparsa, avvenuta il 6 maggio 2013, all’età di 94 anni. Ma, in quel giorno di lutto i figli non le hanno fatte leggere a nessuno, per non rischiare di alimentare polemiche strumentali: la notizia della scomparsa del politico italiano più longevo e famoso della storia dell’Italia repubblicana stava facendo il giro del mondo, e, agli attestati di stima e affetto che arrivavano anche da tanti Paesi stranieri, si accompagnavano giudizi critici e ricostruzioni storiche faziose sugli oltre sessant’anni di vita politica dello statista democristiano.
Ora, dopo un anno, in linea con lo stile riservato della famiglia Andreotti, è stata inviata copia delle lettere a pochi parenti e amici. La prima lettera, come detto, è del 1978; le altre cinque sono state scritte tra il 1994 e il 2005, nel periodo in cui Andreotti svolge con assiduità il suo lavoro di senatore a vita, affronta i due processi che lo vedono imputato a Perugia e a Palermo, pubblica libri e dirige il mensile internazionale 30Giorni. E proprio ai giornalisti della rivista («Con i quali – scrive – ho vissuto anni di esaltante collaborazione in uno spirito unitario») è dedicato l’ultimo dei saluti. 
È un Andreotti per certi versi sorprendente (anche se solo per chi non lo conosceva bene) quello che ne emerge: solare e lontano mille miglia dallo stereotipo dell’uomo di potere cinico e indecifrabile che gli è stato cucito addosso in tanti anni; lontano da quel senso di angoscia e cupezza che pervade il film Il Divo di Sorrentino. Le lettere sono indirizzate alla moglie Livia, ai figli e ai nipoti, che per Andreotti sono i principali elementi della sua vita «incredibilmente felice», accompagnata da una profonda fede cattolica. Afferma, infatti, nella lettera del 24 settembre 1999, scritta mentre attende con fiducia la sentenza di primo grado di Perugia: «Li affido alla Madonna e ai miei tre punti fermi di spiritualità: santa Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo, padre Pio e il beato Escrivà». 
Anche se indirizzate ai familiari le lettere sembrano sempre rivolte a tutti, una sorta di testamento spirituale nel quale emerge l’umanità dello statista, ciò in cui credeva e i suoi riferimenti ideali. Pensieri accompagnati sempre da tanto realismo. Scrive, infatti, nella stessa lettera del 1999: «Nell’azione politica qualche sgambetto l’ho fatto e non ho frenato la mia ambizione. Se a qualcuno ho arrecato ingiuste amarezze chiedo indulgenza». E, anni prima, nella lettera del 1978, così aveva sintetizzato la sua vita politica: «Riconosco innanzi tutto di aver avuto un ruolo superiore ai miei mezzi intellettuali, che mi sono sforzato di svolgere nel modo migliore, supplendo con l’impegno alle carenze di base. Nella vita politica mi sono sempre ispirato alla difesa dei più deboli, nutrendo una personale allergia per ogni forma demagogica. Spero di non lasciare dietro di me rancori od equivoci». Tante le persone ricordate con gratitudine nelle lettere, tanti personaggi famosi, ma anche persone qualunque: «Sono grato a quanti mi hanno aiutato: da De Gasperi a Gonella ai Somaschi di S. Maria in Aquiro e a uno splendido sacerdote segnino, don Giuseppe Del Giudice. Se qualcuno vorrà far qualcosa a mio ricordo aiuti il Parroco di S. Giovanni dei Fiorentini, don Luigi Veturi, per la costruzione della cappella dell’Amore Misericordioso. Un pensiero devoto a Giovanni Paolo II che mi ha voluto bene e mi ha tanto aiutato».
Andreotti ha sempre parlato della sua morte con una certa ironia: «Sono in proroga», diceva spesso negli ultimi anni di attività in Senato. Un umorismo popolano romano d’altri tempi, il suo. Nella lettera del 1999 scrive: «Spero di potere dire, chiusi i processi, il mio “Nunc Dimittis” (ma la Scrittura non narra che il saggio vegliardo che aveva atteso Gesù morisse subito dopo il cantico). Debbo comunque dire “Miserere mei Deus secundum magnam Misericordiam tuam”». Ma ci sono passaggi nelle lettere nei quali il registro e i toni cambiano decisamente, le frasi sono profondamente solenni, sembrano scolpite nella pietra. Scrive Andreotti nella lettera del 1978: «Minacciose figure stanno turbando la vita italiana, ma è da gridare alto che non dobbiamo avere paura di coloro che possono solo toglierci la vita terrena. 
Se a me succedesse qualcosa di grave, i miei non nutrano sentimenti di odio e ancor meno di vendetta. Così non farebbe piacere al mio spirito». Ancor più significativo (per chi dà il giusto valore a un giuramento solenne fatto davanti a Dio) quello che Andreotti afferma nella lettera del 25 settembre 1995, scritta il giorno prima della partenza per Palermo, dove si sarebbe tenuta, nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone, la prima udienza che lo vedeva imputato per associazione mafiosa: «Ora che sto per partire per Palermo desidero ripetere con la serietà di un giuramento dinanzi a Dio, cui nulla può essere nascosto o manipolato, che io nulla ho mai avuto a che fare con la mafia (se non per combatterla con leggi o atti pubblici) o con la morte di Pecorelli, del gen. Dalla Chiesa e di chiunque altro tra gli assassinati. 
Mi offende particolarmente l’insinuazione che non si sia fatto tutto il possibile per salvare Moro. Sul perché sia nata l’infame iniziativa del marzo 1993 non sono ancora in grado di dare una risposta. Il tempo e, spero, i giudici lo dovranno acclarare. Se per il lungo decorso delle procedure o per la realizzazione di un attentato che è da tempo nell’aria io non arrivassi da vivo alla verità spero che si trovi comunque un modo di renderla palese». La lettera fu affidata, non sigillata, alla segretaria Patrizia Chilelli, perché la consegnasse ai figli nel caso lui non fosse tornato dalla trasferta siciliana. Chilelli ci ha raccontato che quel giorno tentò di sdrammatizzare, ma Andreotti le rispose: «Custodiscila perché i tempi si fanno torbidi». 
Nelle lettere Andreotti trova un senso cristiano anche alla bufera giudiziaria che durò dal 1993 al 2004: «Ero abituato a troppi onori e tappeti rossi. Non arrivo a ringraziare chi mi ha teso la trappola, ma non porto rancori» scrive in una delle due lettere del 1999. Un pensiero che in quegli anni espresse anche in interviste e interventi pubblici.
Ma è ancor più chiaro nella lettera del 1995, nella quale, riprendendo le parole che gli aveva detto Madre Teresa di Calcutta in un incontro privato nel suo studio, all’inizio del calvario giudiziario, lascia scritto: «Nella mia vita ho avuto tanto: incarichi, onori, fiducia, riconoscimenti accademici. Che potevo offrire in cambio alla Provvidenza divina? Forse questi anni di sofferenze e di calunnie servono a bilanciare un corso di vita tutto favorevole. Sarebbe ingiusto avere lo stesso premio eterno dei poveri che, senza una casa o un lavoro, affollano le chiese chiedendo un aiuto che non sempre possiamo dar loro». L’aiuto ai poveri è una raccomandazione a figli, nipoti e amici sempre presente nelle lettere: «Raccomando di aiutare i poveri di cui mi sono occupato. Ho sempre detto loro che ero uno strumento; e ora la Provvidenza provvederà altrimenti». E nel 2005, al termine della lettera, aggiunge anche alcuni post scriptum. Nel primo scrive: «Viene al portone spesso un poverino, spesso ricoverato per cure. Con i miei lo chiamiamo: “il vecchietto”. Aiutatelo».


Roberto Rotondo
Tratto da: www.avvenire.it




sabato 26 aprile 2014

Il fascino del Natale nei "Nove appunti" di Giulio Andreotti

di
Mario Gaudio

Nel leggere questo libro ci si sente quasi inopportuni dacché le sue pagine ci conducono nel sancta sanctorum di un uomo enigmatico che, ancora oggi, dall’alto della sua veneranda età, continua ad essere «l’entusiasmo degli uni, lo scandalo degli altri e l’occupazione di tutti».
Nove appunti di Natale getta uno spiraglio di luce sulla vita di Giulio Andreotti, indiscusso protagonista della politica italiana a partire dal secondo dopoguerra, penetrando con discrezione nell’intimità familiare di questo democristiano di ferro che, con la sua moderazione ardita e con la singolare “teoria dell’uomo medio”, ha incarnato in tutto e per tutto la vocazione alla politica e allo Stato. 
Ecco dunque il motivo per cui, come giustamente rileva Federico Roncoroni nella sua introduzione, questo libro si presenta in una veste molto particolare: «[…] ogni flash un Natale, ogni Natale uno scorcio di vita, ogni scorcio di vita un preciso momento sociale e politico della nostra storia, ogni momento sociale e politico uno stato d’animo».
Il senatore a vita Giulio Andreotti
Andreotti, utilizzando una prosa pacata, efficace e sottilmente ironica, frutto di una moderazione non soltanto ideologica ma divenuta stile di vita e di pensiero, racconta, attraverso la forma a lui cara del diario, nove vicende che hanno caratterizzato altrettanti periodi natalizi della sua lunga esistenza.
Il primo Natale di cui il senatore a vita ha memoria è quello del lontano 1921, un periodo di «confusa tristezza» per la perdita del padre, la cui salute era stata compromessa gravemente in guerra; il 1929 è l’anno del primo «discorso pubblico» del piccolo Giulio che, su esortazione della vecchia zia Mariannina (papalina intransigente classe 1854), declama una poesia natalizia dal pulpito della chiesa romana dell’Aracoeli; quello del 1940 è invece il Natale delle preoccupazioni per la famiglia Andreotti a causa del primogenito Francesco, richiamato sul fronte libico, e della giovane moglie, partoriente in una situazione talmente tesa da indurre addirittura il clero ad anticipare al pomeriggio la tradizionale Messa di mezzanotte per rispettare il coprifuoco.
Seguono i racconti del 1943, anno in cui Andreotti assiste, nell’anticamera di monsignor Montini (futuro Papa Paolo VI), ad un frivolo confronto tra due diplomatici rifugiati in Vaticano la cui maggiore preoccupazione, nonostante la grave incertezza del momento, era legata ai criteri di attribuzione di un’onorificenza; del 1945, anno in cui Andreotti, novello sposo, assapora la compagnia natalizia di una suocera «comprensiva» che smentisce la consolidata opinione negativa risalente ad un’antica leggenda che il senatore a vita ci riporta in questi termini: «Anche se è un poco irriguardoso, pare che il Signore per punire San Pietro che avrebbe avuto momenti di incertezza gli guarì la suocera»; e del 1952, l’anno del «Natale sconcertante» in cui la serenità della famiglia Andreotti è turbata da un vecchio compagno d’università che, in maniera truffaldina, riesce a sottrarre del denaro all’ambizioso politico democristiano.
Nove appunti di Natale si conclude con il racconto di altri tre anni estremamente importanti nella vita di Giulio Andreotti: il 1978 è il «Natale tristissimo» in cui, secondo le parole dell’autore, «[…] si chiude l’anno più drammatico della mia vita, per la irrimediabile tragedia di Aldo Moro»; nel 1979 Andreotti assapora «una allegrezza tutta nuova e particolare» per la nascita della sua prima nipotina; infine il 1993 è l’anno del «primo Natale da inquisito» in cui l’ex presidente del consiglio, abituato a rispondere personalmente ai molteplici biglietti di auguri, per evitare di «”corrispondere” con qualche soggetto dubbio» decide di utilizzare un’ambigua espressione della diplomazia vaticana, concludendo le sue lettere con la formula “Con tutta la stima che la S. V. merita”, «[…] che sia molta o nulla, resta imprecisato».
In ultima analisi, Nove appunti di Natale si presenta come un libro gradevolissimo alla lettura e altrettanto interessante nei contenuti, ideale in queste fredde giornate di dicembre per comprendere il fascino che il Natale è in grado di suscitare anche su quegli uomini che i media ci presentano come “inarrivabili”.
Possa questo fascino natalizio orientare le nostre vite verso un nuovo anno di serenità e solidarietà!


(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)