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lunedì 5 maggio 2014

Officina umanistica: I segreti di Andreotti e della storia d'Italia

L'ex Presidente del Consiglio Giulio Andreotti

Dell'uomo pubblico che più di ogni altro è riuscito a difendere il suo privato, resta un archivio che è tanto personale quanto di Stato. Un mondo fatto di carte riservate e riservatissime o appunti scritti a mano accanto ad altre che raccontano l'uomo curioso e il collezionista maniacale di vignette, menù e perfino pubblicità su di lui. Ma è un mare magnum tutto da navigare l'archivio di Giulio Andreotti ed è così che l'ha lasciato a disposizione di studiosi e curiosi, prima di andarsene il 6 maggio di un anno fa.
Donato nel 2007 all'Istituto Sturzo, conta 3500 faldoni (buste in gergo) ordinati in armadi che scorrono su binari nel seminterrato di via delle Coppelle, a due passi dal Pantheon. Si intravedono dalle finestre che danno sulla strada, grigi e anonimi, eppure racchiudono discorsi, retroscena e forse segreti dell'uomo che fu per sette volte al governo e in altrettanti ministeri. "E' un archivio del tutto singolare - spiega Giuseppe Sangiorgi, segretario generale dell'Istituto Sturzo dove sono conservati anche i documenti di Gronchi, Scelba, della Dc - perché è un archivio privato di Stato e credo sia l'unico esempio in Italia e forse uno dei pochi in Europa per l'enormità delle dimensioni".
Lungo 600 metri se quelle carte fossero tutte in fila, racconta la parabola del Divo Giulio dalle foto dei genitori agli ultimi discorsi, compresi i guai giudiziari e le carte dei processi. E di conseguenza la storia d'Italia dai primi anni '40 al 2010 passando per i congressi della Dc, il sequestro Moro, le battaglie pro e contro il divorzio fino agli atti del Vaticano e al dibattito sull'Europa unita. Ma finora solo 600 faldoni sono stati inventariati (il 20% circa) e in parte digitalizzati. Tanti, quindi, sono consultabili da chi ne fa richiesta. Restano fuori, tra gli altri, il fascicolo Moro e quello su Ustica. "Ci vorranno anni per finire", ammette Sangiorgi, convinto che sia un lavoro necessario per sbrogliare la matassa, e non per temporeggiare imponendo censure.
"Andreotti i suoi segreti li ha lasciati qui, all'Istituto Sturzo, e non nella tomba come si racconta - insiste il segretario - Qui ci si imbatte spesso in documenti con la scritta 'riservato', 'riservatissimo', 'segreto'. In effetti gran parte del materiale era coperto da riserbo e man mano che sarà inventariato, faremo luce sulla storia italiana. Ad esempio sull'epilogo della Democrazia cristiana che si riflette nel carteggio tra Andreotti premier e Cossiga presidente della Repubblica, che assistono impotenti a quel declino".
Da qui un messaggio a Paolo Sorrentino, il regista del Divo: "Una volta vorrei portarlo qui - propone Sangiorgi - aprire con lui questi faldoni, capire la complessità della storia e dell'azione politica di Andreotti e chiedergli se pensa di fare una seconda edizione di quel film".

Michela Suglia
Tratto da: www.ansa.it

sabato 26 aprile 2014

Il fascino del Natale nei "Nove appunti" di Giulio Andreotti

di
Mario Gaudio

Nel leggere questo libro ci si sente quasi inopportuni dacché le sue pagine ci conducono nel sancta sanctorum di un uomo enigmatico che, ancora oggi, dall’alto della sua veneranda età, continua ad essere «l’entusiasmo degli uni, lo scandalo degli altri e l’occupazione di tutti».
Nove appunti di Natale getta uno spiraglio di luce sulla vita di Giulio Andreotti, indiscusso protagonista della politica italiana a partire dal secondo dopoguerra, penetrando con discrezione nell’intimità familiare di questo democristiano di ferro che, con la sua moderazione ardita e con la singolare “teoria dell’uomo medio”, ha incarnato in tutto e per tutto la vocazione alla politica e allo Stato. 
Ecco dunque il motivo per cui, come giustamente rileva Federico Roncoroni nella sua introduzione, questo libro si presenta in una veste molto particolare: «[…] ogni flash un Natale, ogni Natale uno scorcio di vita, ogni scorcio di vita un preciso momento sociale e politico della nostra storia, ogni momento sociale e politico uno stato d’animo».
Il senatore a vita Giulio Andreotti
Andreotti, utilizzando una prosa pacata, efficace e sottilmente ironica, frutto di una moderazione non soltanto ideologica ma divenuta stile di vita e di pensiero, racconta, attraverso la forma a lui cara del diario, nove vicende che hanno caratterizzato altrettanti periodi natalizi della sua lunga esistenza.
Il primo Natale di cui il senatore a vita ha memoria è quello del lontano 1921, un periodo di «confusa tristezza» per la perdita del padre, la cui salute era stata compromessa gravemente in guerra; il 1929 è l’anno del primo «discorso pubblico» del piccolo Giulio che, su esortazione della vecchia zia Mariannina (papalina intransigente classe 1854), declama una poesia natalizia dal pulpito della chiesa romana dell’Aracoeli; quello del 1940 è invece il Natale delle preoccupazioni per la famiglia Andreotti a causa del primogenito Francesco, richiamato sul fronte libico, e della giovane moglie, partoriente in una situazione talmente tesa da indurre addirittura il clero ad anticipare al pomeriggio la tradizionale Messa di mezzanotte per rispettare il coprifuoco.
Seguono i racconti del 1943, anno in cui Andreotti assiste, nell’anticamera di monsignor Montini (futuro Papa Paolo VI), ad un frivolo confronto tra due diplomatici rifugiati in Vaticano la cui maggiore preoccupazione, nonostante la grave incertezza del momento, era legata ai criteri di attribuzione di un’onorificenza; del 1945, anno in cui Andreotti, novello sposo, assapora la compagnia natalizia di una suocera «comprensiva» che smentisce la consolidata opinione negativa risalente ad un’antica leggenda che il senatore a vita ci riporta in questi termini: «Anche se è un poco irriguardoso, pare che il Signore per punire San Pietro che avrebbe avuto momenti di incertezza gli guarì la suocera»; e del 1952, l’anno del «Natale sconcertante» in cui la serenità della famiglia Andreotti è turbata da un vecchio compagno d’università che, in maniera truffaldina, riesce a sottrarre del denaro all’ambizioso politico democristiano.
Nove appunti di Natale si conclude con il racconto di altri tre anni estremamente importanti nella vita di Giulio Andreotti: il 1978 è il «Natale tristissimo» in cui, secondo le parole dell’autore, «[…] si chiude l’anno più drammatico della mia vita, per la irrimediabile tragedia di Aldo Moro»; nel 1979 Andreotti assapora «una allegrezza tutta nuova e particolare» per la nascita della sua prima nipotina; infine il 1993 è l’anno del «primo Natale da inquisito» in cui l’ex presidente del consiglio, abituato a rispondere personalmente ai molteplici biglietti di auguri, per evitare di «”corrispondere” con qualche soggetto dubbio» decide di utilizzare un’ambigua espressione della diplomazia vaticana, concludendo le sue lettere con la formula “Con tutta la stima che la S. V. merita”, «[…] che sia molta o nulla, resta imprecisato».
In ultima analisi, Nove appunti di Natale si presenta come un libro gradevolissimo alla lettura e altrettanto interessante nei contenuti, ideale in queste fredde giornate di dicembre per comprendere il fascino che il Natale è in grado di suscitare anche su quegli uomini che i media ci presentano come “inarrivabili”.
Possa questo fascino natalizio orientare le nostre vite verso un nuovo anno di serenità e solidarietà!


(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)

martedì 15 aprile 2014

"Memorie di un esorcista": intervista a padre Gabriele Amorth

di
Mario Gaudio

È incredibile come la vita umana trascenda spesso dalle aspettative e dalle previsioni facendo risuonare realistiche e veritiere le parole di Göethe: «Non si arriva mai tanto lontano come quando non si sa bene dove si vada». È il caso di padre Gabriele Amorth. Nessun elemento decisivo della sua giovinezza avrebbe fatto intuire, ad un osservatore poco attento, un futuro da esorcista di fama mondiale.
Da giovanissimo si forma nel contesto dell’Azione Cattolica di Modena e conosce la figura illuminata di don Giacomo Alberione. In seguito, durante la seconda guerra mondiale, è richiamato alle armi assieme ai suoi quattro fratelli e, dopo varie avventure, si ritrova a combattere tra le file dei partigiani con tale iniziativa e passione da essere insignito di medaglia al valor militare.
Nel dopoguerra si laurea in giurisprudenza e nel 1947, per volontà di Giuseppe Dossetti (suo professore di Diritto Canonico ed Ecclesiastico nonché amico di famiglia), entra nella Democrazia Cristiana. È eletto al Consiglio Provinciale e diviene vice delegato nazionale di Gioventù Democristiana lavorando fianco a fianco con il protagonista di un pezzo di storia italiana rispondente al nome di Giulio Andreotti.
Padre Gabriele Amorth
Fin qui siamo dunque dinanzi ad una normale esistenza borghese che si apre verso un futuro luminoso. Avviene però la svolta: riprendendo corpo una sua vecchia aspirazione, il giovane Gabriele Amorth entra in seminario e diviene, nel 1954, sacerdote della Congregazione di San Paolo. Tra i massimi esperti di mariologia in Italia ha a che fare solo sporadicamente con il problema del male fino a quando, nel 1986, il cardinale Poletti lo nomina esorcista.
Inizia da quella fatidica data la lotta costante e vittoriosa contro un mondo insidioso e poco conosciuto che viene raccontato fin troppo bene in questo splendido libro-intervista di Marco Tosatti. Dalle pagine emerge un fresco resoconto, con grande dovizia di particolari, dei numerosi casi sottoposti alle “cure” di padre Amorth e, prima ancora, del suo maestro padre Candido Amantini (religioso Passionista che fu per quarant’anni esorcista della Scala Santa a Roma).
Prende vita, gradualmente, un mondo parallelo fatto di strani “pazienti” che, all’udire le preghiere di don Amorth, vanno in trance, iniziano a sbavare, imprecano e si dimenano con forza sovrumana tanto da necessitare di essere legati o comunque trattenuti da persone muscolose. È una realtà fatta di sofferenza, ma anche e soprattutto di progressivo ritrovamento della fede per essere completamente liberati.
Con uno stile scorrevole e mai semplicistico don Gabriele si sofferma sulle cause del male e analizza in maniera particolareggiata le sètte sataniche, il pericolo di ricorrere a maghi e cartomanti e a quelle pratiche che apparentemente sembrano solo superstiziose, distinguendo tuttavia tali fenomeni dalle truffe di semplici ciarlatani o imbonitori televisivi.
Molto interessante è anche la denuncia che padre Amorth fa a proposito di alcuni vescovi scettici nei confronti del demonio e dell’opera degli esorcisti, in quanto intere nazioni (Germania, Austria, Svizzera, Spagna e Portogallo) sono state condannate a non avere nessun sacerdote formato per scacciare i demoni. Altra accusa è la sottovalutazione del problema del male nei seminari poiché si trascura lo studio di trattati appositi quali il De Deo creante o si confondono gli interventi demoniaci con problemi di semplice natura psichiatrica.
Il libro- intervista di padre Amorth
Memorie di un esorcista
Don Amorth continua pertanto in queste pagine l’opera di divulgazione sull’esistenza del demonio già iniziata da Papa Paolo VI con la famosa udienza di mercoledì 15 novembre 1972, dedicata interamente a tale argomento. Ecco che allora questo impavido anziano sacerdote affronta, oltre al male, l’indifferenza e lo scetticismo della società secolarizzata, combattendo la sua «buona battaglia» con questa fatica letteraria e con una sorta di question time sul tema trasmesso in diretta su Radio Maria ogni secondo mercoledì del mese.
Una cosa è certa: Memorie di un esorcista è un libro consigliato al credente e allo scettico per scoprire, non senza una certa tensione dovuta ai particolari raccapriccianti, un mondo che poco conosciamo, ma dal quale siamo quotidianamente tentati e dal quale conviene costantemente metterci in guardia.


 (Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)