di
Mario Gaudio
È particolarmente difficile cercare di affibbiare una delle
convenzionali etichette della storia e della critica letteraria a Il pane
di ieri di Enzo Bianchi. La categoria che più si avvicina, ma che
sicuramente non riesce a inglobare nella sua totalità questo scritto, è il
neorealismo.
Certo, fatto in questi termini, il discorso apparirebbe semplicistico e persino
tedioso: leggere Il pane di ieri equivarrebbe a riportare alla luce
un fossile letterario (quello neorealistico appunto) sicuramente poco gradito
alla generazione che preferisce l’e-book al contatto magico e affascinante con
la carta del libro stampato.
Tuttavia, seguendo l’insegnamento di Sciascia che, parlando della verità,
descriveva la sua presenza «nel fondo di un pozzo», al di là degli illusori
riflessi del sole o della luna, siamo costretti ad un’analisi più approfondita
che fa emergere il libro di Bianchi sotto una prospettiva certamente
gradita anche ai seguaci della letteratura più commerciale.
Il pane di ieri si presenta come un tentativo di far risorgere dal tempo
antichi modi di vivere e ancestrali tradizioni di un periodo (quello del
secondo dopoguerra) e di un luogo (le incantate e produttive colline
piemontesi) in cui «se non c’era la fame, per molti c’era […] ancora miseria e
per tutti la vita era dura».
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| Enzo Bianchi, Priore della Comunità monastica di Bose |
Bianchi affronta dunque un’impresa narrativa sicuramente non semplice, schivando
con maestria due imponenti scogli (la nostalgia, inevitabile nella vecchiaia, e
le tentazioni idilliache) che avrebbero portato irrimediabilmente a
compromettere il suo testo. Ciò non toglie che anche Il pane di ieri presenti
delle crepe: la prima, e forse la meno individuabile, è la mancata descrizione
del netto contrasto tra alcune abitudini del passato e le mode del presente
(Bianchi non usa una scrittura contrastiva, ma lascia al lettore il compito di
inferire l’attrito tra i tempi che furono e quelli che sono); la seconda è il
campanilismo che dalla prima all’ultima pagina intride il testo in questione:
Bianchi diventa quasi ossessivo nel ripetere costantemente la sua provenienza
dalle terre delimitate dalle Langhe e dal Monferrato e ciò implica anche un
metaforico restringimento del campo visivo che induce l’autore a ritenere
determinati atteggiamenti monopolio dei contadini piemontesi mentre, ad
un’analisi antropologica più accurata alla luce dei testi di Rasmussen, De
Martino, Lombardi- Satriani, inevitabilmente emerge la comunanza di tali
comportamenti tra tutti i ceti popolari dell’Italia pre e postbellica.
Nonostante questi limiti, la lettura de Il pane di ieri si presenta
scorrevole e istruttiva, in grado di mostrarci quel «mestiere di vivere» (la
vita intesa come dovere), tanto caro al langarolo Pavese, che oggi è stato
scalzato dalla superficialità e dal caos mediatico- affaristico.
Del resto Bianchi, pur celandolo dietro le immagini del passato senza far
riferimento diretto al presente, invita col suo racconto alla quiete interiore
che, stranamente, nonostante la sua condizione monastica, non viene
identificata con Dio, ma col fruire semplicemente dei frutti del proprio lavoro
che tanto più risultano graditi quanto maggiore è stato il sacrificio per
produrli.
Ecco allora che il pane e il vino non diventano semplici alimenti, ma il
risultato di un’attesa e di una speranza e lo scopo di ancestrali capacità
tecniche evolutesi nel tempo, ma che hanno custodito tuttavia un nucleo rimasto
immutato e tramandato così di generazione in generazione (pensiamo un attimo al
pane che gli assiri cuocevano in otri di terracotta, i greci sotto la cenere,
gli ebrei su pietre arroventate e noi cuciniamo negli esteticamente orribili
forni elettrici).
In questa chiave di lettura il pasto stesso diventa un rito da celebrare
rigorosamente in comune poiché «se […] mangiare significa conservare e
incrementare la vita, preparare da mangiare per un altro significa
testimoniargli il nostro desiderio che egli viva e condividere la mensa
testimonia la volontà di unire la propria vita a quella del commensale».
Dunque, in ultima analisi, il libro di Bianchi diventa necessario per il
lettore che, attraverso le immagini sbiadite ma palpitanti del passato, vuole
percorrere un viaggio interiore, convinto, alla maniera di David Grossman, che
«svelare a una persona qualcosa che non sa di se stesso è un grande dono
d’amore. Il più grande».
(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione
Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)

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