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sabato 20 giugno 2015

Officina umanistica: Cioran ateo credente che spiava Dio

Lo scrittore rumeno Emil Cioran (1911 - 1995)
Vent’anni fa, il 20 giugno 1995, moriva a Parigi lo scrittore Emil Cioran. Sulle rive della Senna era approdato a 26 anni, nel 1937, dopo aver lasciato alle spalle la sua patria, la Romania, e la sua cittadina, Rasinari, un delizioso villaggio della Transilvania. Posto su un colle circondato da monti coperti di querce, faggi e pini, attraversato da un ruscello, pittoresco per il paesaggio, quel piccolo centro era marcato religiosamente da due chiese, l’una settecentesca, l’altra neoclassica dedicata alla Trinità, della quale era parroco suo padre. La lapidaria carta d’identità ideale di Cioran era, però, così scandita: «Io sono uno straniero per la polizia, per Dio, per me stesso». 

Straniero, quindi, per la sua nazione originaria, che egli aveva cancellato dalla sua anagrafe personale, abbandonandone anche la lingua. Straniero anche per la nazione che l’aveva ospitato, a causa del suo costante isolazionismo: «Sopprimevo dal mio vocabolario una parola dopo l’altra. Finito il massacro, una sola rimase come superstite: Solitudine. Mi risvegliai appagato». Straniero, infine, per Dio, lui che - come dicevamo - era figlio di un prete ortodosso. Talmente straniero da iscriversi alla "razza degli atei", eppure con un’insonne ansia di inseguimento nei confronti del mistero divino: «Mi sono sempre aggirato attorno a Dio come un delatore: incapace di invocarlo, l’ho spiato». È per questa ragione che di lui posso anch’io brevemente parlare, senza pretese di travalicare il mio perimetro di teologo sconfinando nell’analisi di critica letteraria che le sue opere meritano, un vaglio che effettivamente è stato ampiamente condotto. Cioran, infatti, si è appostato a più riprese per tendere agguati a Dio costringendolo a reagire e quindi a svelarsi. 

Emblematico è il dialogo che a distanza intavolò col teologo rumeno Petre Tutea. Costui non aveva abbandonato la sua terra, nonostante 13 anni trascorsi nelle prigioni di Ceausescu, né tanto meno la sua fede, a tal punto da replicare a Cioran così: «Senza Dio l’uomo rimane un povero animale, razionale e parlante, che non viene da nessuna parte, e va non si sa dove». In realtà, il suo interlocutore non era strettamente ateo né agnostico, tant’è vero che era giunto al punto di suggerire ai teologi una sua particolare via "estetica" per dimostrare l’esistenza di Dio. Scriveva, infatti, in Lacrime e santi (tradotto da Adelphi nel 1990): «Quando voi ascoltate Bach vedete nascere Dio… Dopo un oratorio, una cantata o una "Passione", Dio deve esistere… Pensare che tanti teologi e filosofi hanno sprecato notti e giorni a cercare prove dell’esistenza di Dio, dimenticando la sola!».

Cioran accusa l’Occidente di un delitto estremo, quello dell’aver estenuata e disseccata la potenza generatrice del Vangelo: «Consumato fino all’osso, il cristianesimo ha smesso di essere una fonte di stupore e di scandalo, ha smesso di scatenare vizi e di fecondare intelligenze e amori». Potremmo, perciò, considerarlo come un Qohelet-Ecclesiaste moderno. Egli, infatti, si era trasformato in una sorta di "mistico del Nulla", lasciando intravedere il brivido delle "notti dell’anima" di certi grandi mistici come Giovanni della Croce o Angelo Silesio, risalendo fino allo sconcertante cantore del nesso Dio-Nulla, il celebre Meister Eckhart medievale. «Ero ancora un bambino, quando conobbi per la prima volta il sentimento del nulla, in seguito a un’illuminazione che non riuscirei a definire». Un’epifania di luce oscura, potremmo dire con un ossimoro usato dal Giobbe biblico. 

«Si ha sempre qualcuno sopra di sé - continuava -; al di là di Dio stesso si eleva il Nulla». Ma ecco il paradosso: «Il campo visivo del cuore è: il mondo, più Dio, più il Nulla. Cioè tutto». E allora questa è la sua conclusione: «E se l’esistenza fosse per noi un esilio e il Nulla una patria?». Il Nulla - sempre per ossimoro - diventa il nome di un Dio, certamente ben diverso dal Dio cristiano, eppure come lui pronto a raccogliere il male di vivere dell’umanità. 

Scriveva Cioran, evocando la "psicostasia" dell’antico Egitto, ossia la pesatura delle anime dei defunti per la verifica della gravità delle loro colpe: «Nel giorno del giudizio verranno pesate solo le lacrime». Nel tempo della disperazione, infatti, certe bestemmie - dichiarava Cioran, sulla scia di Giobbe - sono "preghiere negative", la cui virulenza è accolta da Dio più della compassata lode teologica (l’idea era già stata formulata da Lutero). 

Cioran è, quindi, un ateo-credente sui generis. Il suo pessimismo, anzi, il suo negazionismo riguarda piuttosto l’umanità: «Se Noè avesse avuto il dono di leggere il futuro, non c’è alcun dubbio che si sarebbe fatto colare a picco!». E qui il Nulla diventa il mero nulla, un vuoto annientamento: «Adorare la terra e dirsi che proprio essa è il termine e la speranza dei nostri affanni, e che sarebbe vano cercare qualcosa di meglio per riposarsi e dissolversi». L’uomo con le sue follie ti fa perdere ogni fede, è una sorta di dimostrazione della non esistenza di Dio e l’invito a un ritorno al nulla.

In questa luce si spiega il pessimismo radicale di Cioran che brilla già nei titoli delle sue opere: L’inconveniente di essere nati, La tentazione di esistere, Sulle cime della disperazione, Squartamento, Sillogismi dell’amarezza e così via. E qualche volta è difficile dargli torto, guardando non solo la storia dell’umanità, ma anche il vuoto di tanti individui che non ha niente del tragico Nulla trascendente: "Di molte persone - scriveva - si può affermare quanto vale per certi dipinti, cioè che la parte più preziosa è la cornice". Ma per fortuna - ed è questa la grande contraddizione - esiste, come si diceva, anche Bach… 

Idealmente si potrebbe accostare a Cioran un suo amico, anch’egli rumeno, lui pure esule a Parigi e morto un anno prima, il 28 marzo 1994, cioè il grande drammaturgo Eugène Ionesco. Agnostico ma non indifferente, durante un’intervista, scherzando ma non troppo, aveva confessato: «Mi precipito al telefono ogni volta che suona, nella speranza, ogni volta delusa, che possa essere Dio che mi telefona. O almeno uno dei suoi angeli di segreteria». 

Alla base del suo pessimismo nei confronti dell’umanità, analogo a quello di Cioran, c’era però in Ionesco lo stupore di una persona ferita dall’imperio della stupidità, del male, della cattiveria, dell’umiliazione dei piccoli e degli innocenti, della menzogna comunista dominante nel suo Paese.

Ed era proprio da questa temperie morale che fioriva il suo anelito verso il mistero, la sua inquietudine spirituale, la sua ricerca del Dio nascosto che non telefona mai alla sua creatura che pure è in angosciosa attesa di un suo squillo. L’ultima riga del suo diario è stata, però, folgorante: «Pregare. Non So Chi. Spero: Gesù Cristo». Proprio per questo è importante anche per noi credenti seguire i percorsi di simili ricerche condotti da persone non credenti ma col viso rivolto verso l’infinito e l’eterno. Il loro impegno è sincero e, a differenza di certi atei devoti, non ha interessi di altro genere, insalivati con altri sapori di tono politico o sociale. 

Come riconosceva uno scrittore cattolico francese, Pierre Reverdy, «ci sono atei di un’asprezza feroce che, tutto sommato, si interessano di Dio molto di più di certi credenti frivoli e leggeri». Proprio per questo ho cercato in più occasioni di introdurre nel "Cortile dei gentili" per il dialogo tra credenti e non credenti, sia Cioran sia Ionesco, così come un altro grande scrittore francese, Albert Camus. Essi ci insegnano che il vero ateismo contemporaneo non è il loro ma lo è quell’indifferenza, superficialità, banalità che genera un "apateismo", un vuoto che non ferisce né emoziona, a differenza di queste voci apparentemente scandalose ma autenticamente inquiete e in ricerca. E già il Socrate di Platone affermava che «una vita senza ricerca non merita di essere vissuta».

Gianfranco Ravasi
Tratto da: www.avvenire.it


giovedì 18 giugno 2015

Parola d'autore: Arianna Gasbarro



Anche se poi, in fondo, quella del regista è una condizione davvero paradossale. Voglio dire, io mi sbatto in cerca di un’idea per il mio film e voi, spettatori ingrati, quando siete davanti allo schermo non fate altro che sbattere quelle dannate palpebre. Ogni minuto che passa, voi trascorrete sei secondi con gli occhi completamente chiusi. In un film di un’ora e mezza vi perdete 540 secondi, nove minuti esatti di fotogrammi. In pratica, il 10% di tutto il mio lavoro va direttamente a farsi fottere. La mia è un’arte frammentaria.

Arianna Gasbarro, Requiem del Dodo

domenica 9 novembre 2014

Parola d'autore: Sergio Luzzato



[…] con l’avvento dei mass media, il vissuto di un conflitto viene profondamente influenzato o addirittura trasformato dal discorso diffuso intorno a quel conflitto. Per vincere una guerra moderna non occorrono soltanto bravi soldati, ma buoni giornalisti; non soltanto colpi di mortaio, ma giri di rotativa.

Sergio Luzzato, Dai nostri inviati per la gloria del Duce, in Corriere della sera 4/02/2004

sabato 20 settembre 2014

"Una stanza tutta per sé": manifesto del moderno femminismo

di
Mario Gaudio

Nel 1929, Virginia Woolf raccolse i testi di due conferenze sul tema “Le donne e il romanzo” tenute, nell’ottobre dell’anno precedente, alle studentesse dell’Arts Society di Newnham e del Girton College di Cambridge, dando vita ad un corposo saggio romanzato curiosamente intitolato Una stanza tutta per sé.
Nello stesso anno, la Woolf visitò Berlino, cuore della Repubblica di Weimar, il mostro politico che sarebbe stato abbattuto di lì a breve dai contraccolpi economici del crollo della Borsa di Wall Street e dall’avvento al potere, appena quattro anni dopo, di Adolf Hitler.
Virginia Woolf (1882 - 1941) 
Il clima era pertanto avvelenato e l’instabilità generale faceva presentire nell’aria una catastrofe che non tardò ad arrivare. Non c’era tempo e voglia per discutere della questione femminista dal momento che la civiltà europea era ad un passo dal baratro. Fu così che questo testo, estremamente acuto e ben strutturato, cadde momentaneamente nel dimenticatoio della storia.
Decenni più tardi, negli anni Settanta, dopo l’immane strage della seconda guerra mondiale, nel clima teso della Guerra Fredda ma, comunque, in un periodo di ripresa economica, le rivendicazioni femministe per i diritti civili tornarono ad essere pressanti e, nel contesto culturale, si ebbe la riscoperta del saggio di Virginia Woolf che, nonostante fosse datato, apparve agli occhi di chi lesse come un testo estremamente moderno nei contenuti.
Una stanza tutta per sé si presenta dunque come un perfetto manifesto della causa femminista: un femminismo sano, fondato culturalmente e storicamente, lontano dalle attuali manifestazioni più spregiudicate e senza senso che equiparano indiscriminatamente i due sessi violentando anche le naturali differenze biologiche.
La Woolf partì da un’esperienza di carattere prettamente biografico, vale a dire il rigetto della società patriarcale nella quale era vissuta e in cui, per forza di cose, si sentiva prigioniera. Da questa premessa personale, la scrittrice britannica passò poi ad analizzare il rapporto storico tra il mondo femminile e la letteratura, notando come fino al Settecento, una donna, per quanto dotata di talento, non avrebbe avuto spazio in una società maschilista e scettica nei confronti delle capacità dell’altro sesso. Nonostante ciò, la figura femminile continuava ad essere al centro della produzione poetica, ma a livello sociale viveva in pieno stato di emarginazione e questo comportò una stranissima discrasia in quanto dalla donna della letteratura venivano pronunciate «alcune tra le parole più ispirate», ma «nella vita reale non sapeva leggere, scriveva a malapena ed era proprietà del marito».
La Woolf notò inoltre che «[…] tutte le grandi donne della letteratura erano state, fino ai tempi di Jane Austen, non solo viste dall’altro sesso, ma viste solo in relazione all’altro sesso» e ciò produceva come naturale conseguenza gli «[…] estremi sorprendenti di bellezza e di orrore; quell’avvicendarsi, in lei, di una bontà celestiale e di una depravazione infernale; perché così doveva vederla un amante, a seconda che il suo amore crescesse o sparisse, fosse prospero o infelice».
Manifestazione femminista
Alla base di questo atteggiamento maschile nei confronti dell’altro sesso l’autrice individuò la rabbia, un sentimento che portava, nella fattispecie, ad affermare l’inferiorità della donna per ribadire inconsciamente la propria superiorità.
Con Aphra Behn (1640-1689) le cose mutarono. Questa scrittrice (poco conosciuta) dimostrò come le donne potessero vivere e guadagnare attraverso i loro scritti e, dal suo esempio, scaturì un numero crescente di ragazze che si dedicarono alla letteratura, tra cui spiccarono le talentuose Jane Austen ed Emily Brontë.
Il genere maggiormente frequentato dalle donne fu quello del romanzo, ancora in formazione e pertanto più duttile ma, soprattutto, meno impegnativo, dal momento che la mancanza di una stanza tutta per sé costringeva le ragazze a scrivere in camere di soggiorno frequentate in cui venivano costantemente interrotte. Non a caso, la Woolf indicò come condizioni essenziali per una donna desiderosa di dedicarsi alla letteratura due elementi: la sicurezza economica (una rendita di almeno cinquecento sterline al mese) e una stanza tutta per sé in cui poter lavorare con tranquillità.
Insomma, Una stanza tutta per sé è uno scritto capace, a distanza di quasi un secolo, di far riflettere e, soprattutto, di indirizzare la lotta femminista (ancora attiva in diversi paesi del mondo) tenendo conto di un fattore importante, vale a dire la necessità di non equiparare in tutto e per tutto i due sessi che, per natura, presentano valide e indispensabili differenze, ma identica dignità: «Sarebbe un gran peccato se le donne scrivessero come gli uomini, o vivessero come loro, o assumessero il loro aspetto; perché se due sessi non bastano, considerando la vastità e la varietà del mondo, come potremmo cavarcela con uno solo?».

(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)


martedì 16 settembre 2014

Parola d'autore: Italo Calvino


L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Italo Calvino
Le città invisibili

sabato 13 settembre 2014

L'Osservatorio: E' la crescita economica che fa scomparire le lingue

Celebrazioni per l'International Mother Language Day che si sono svolte
in Bangladesh il 21 febbraio 2014 (© Anik Rahman/Demotix/Corbis)

Almeno il 25 per cento delle 7000 lingue esistenti è a forte rischio di estinzione e il fattore che più ne stimola la scomparsa è lo sviluppo economico. A stabilirlo è uno studio pubblicato sui Proceedings of the Royal Society B da ricercatori delle Università di Oxford e di Cambridge, che hanno applicato alle lingue gli stessi metodi usati per monitorare le specie in via di estinzione.
Diversi studi hanno mappato la distribuzione della diversità linguistica mondiale e rilevato l'elevato numero di lingue in pericolo: si stima che in media "muoia" una lingua ogni due settimane, in seguito al decesso dell'ultima persona che era in grado di parlare fluentemente un idioma un tempo diffuso nella sua comunità. Nessuno studio, però, aveva cercato di individuare dei fattori generali in grado di indicare il rischio di estinzione delle lingue nelle varie regioni del globo.
Sfruttando l'archivio di dati Ethnologue- Languages of the World, Tatsuya Amano e colleghi hanno identificato il numero e la localizzazione geografica di coloro che parlano fluentemente le lingue in pericolo, determinando la diffusione di ciascuna lingua e la dimensione e il tasso di crescita - o decrescita - della popolazione che la parla. 
Hanno poi cercato delle correlazioni fra il declino delle lingue a rischio e vari possibili fattori influenti: sia ambientali, come l'altitudine, la piovosità o altre caratteristiche topografiche, sia socioeconomici, come il prodotto interno lordo o il livello di globalizzazione del paese in cui risiedono i parlanti.
E' così emerso che sul rischio di perdita di una lingua incidono diverse variabili, ma che quella che pesa di più è la crescita economica: la mobilità sociale verso l'alto molto spesso è condizionata dalla padronanza delle lingue dominanti, che spiazzano la lingua originaria, spesso fino a sostituirla.
Per quanto riguarda le nazioni economicamente sviluppate, sono particolarmente a rischio estinzione le lingue parlate dalle minoranze delle regioni nord occidentali dell'America settentrionale e dell'Australia settentrionale, mentre nel mondo in via di sviluppo sono a rischio quelle delle minoranze dei paesi tropicali e della regione himalayana.


Tratto da www.lescienze.it (9 settembre 2014)


mercoledì 10 settembre 2014

Diario di bordo (considerazioni impertinenti): L'eterno lamento dei vecchi


Nella nostra cara vecchia Italia, la famosa "Terra dei fati" osannata da Virgilio e l'altrettanto celebre "Terra dei cachi" cantata da Elio e le Storie Tese (senza dimenticare l'illustre "Terra dei fuochi", vero polmone nero della penisola), si ode ogni giorno l'eterno lamento dei vecchi.
Ma chi sono questi "vecchi"? Non certo i venerandi anziani, fonte di esperienze e di buoni consigli, che dovremmo con molta più umiltà ascoltare, ma i vecchi volponi, spiritualmente e culturalmente morti, che dimenano le caustiche lingue e le altrettanto acide code per mantenere i loro culi rattrappiti saldamente attaccati alle poltrone.
Ecco allora il Brunetta di turno che dall'alto (si fa per dire) della sua "lungimiranza" tuona contro i giovani d'Italia etichettandoli come "bamboccioni"; poi c'è il Silvio nazionale che per dimenticare i segni dell'età si fa ricrescere quattro peluzzi in testa e, tra un lifting e un processo, frequenta adolescenti e mignotte atteggiandosi a buon filantropo; in lontananza appare Giorgio, con tanto di corona e scettro in testa (non sono mica ignorante io, non ho sbagliato a scrivere, è lui che oramai inverte il posto naturale delle cose, sara mica l'età?), decantando l'Unità della nazione dinanzi ad un Salvini imbestialito e con in mano mille lire, in testa il "va pensiero" e in bocca il "vaffanculo".
Insomma, ci sono proprio tutti... anzi, no... scusate...è l'età... manca la mia vicina di casa che si lamenta e inveisce contro i giovani in quanto buoni a nulla e incapaci, nonché frequentatori di cellulari, tablet e computer...
Ma, ritorniamo seri! Certo, è facile scagliarsi contro le giovani generazioni accusandole di inefficienza e, magari, poca educazione, ma è l'arma più efficace di chi non ha più niente da dire e ha tirato i remi in barca da gran tempo, non vivendo, ma vivacchiando e sperando, in cuor suo, di non essere travolto dai tempi e di non sentirsi inadeguato.
Tuttavia, se può consolare, l'eterno lamento dei vecchi è consuetudine vetusta, veramente da inizi del mondo... Su un coccio dell'antica Babilonia, risalente circa al 2000 a. C., qualcuno aveva scritto: "Questi ragazzi sono marci nel cuore, sono malvagi e pigri. Dove arriveremo?".
Moltissimi anni dopo, Socrate (469- 399 a. C.) si crucciava così: "I nostri ragazzi amano il lusso, ridono dell'autorità, non si alzano in piedi davanti ad un anziano [...]".
Poi, dopo secoli di civiltà e cultura, giunse Brunetta e disse ai giovani disoccupati: "Siete l'Italia peggiore". L'eterno ritorno del lamento... sarebbe impazzito anche Nietzsche!

Mario Gaudio