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martedì 29 aprile 2014

L'Osservatorio: C'è una nuova forma geometrica: scoperta l'emielica

Modello di emielica

Una forma inedita, non presente in natura e scoperta lavorando con gli elastici, potrebbe facilitare la creazione di nuove molecole in futuro, secondo un nuovo studio condotto dall'Harvard University pubblicato sulla rivista Plos One. Si tratta dell'emielica (hemihelix): eliche a spirale tridimensionali in cui la spirale gira, si modifica o si inverte periodicamente lungo la lunghezza delle stesse strutture.
Per comprendere meglio come si verificano le strutture tridimensionali osservate, gli scienziati le hanno riprodotte utilizzando, allungando, unendo e rilasciando elastici di gomma.
Testando le differenze nel rapporto tra larghezza e altezza della striscia di gomma, è emerso che quando l'elastico è ampio rispetto all'altezza produce un'elica. Ulteriori osservazioni hanno permesso di identificare un valore critico del rapporto in cui la forma passa da un'elica a un'emielica con inversioni periodiche. 
Gli autori suggeriscono che questo fenomeno non è stato ancora osservato perché altre classi di materiali semplicemente si rompono quando si allungano ai livelli riprodotti in questi test. Comprendere precisamente come forgiare in modo prevedibile e coerente queste strutture consentirà agli scienziati di imitare queste caratteristiche geometriche in nuove molecole per nanodispositivi, tra cui sensori, risonatori e assorbitori di onde elettromagnetiche.
Tratto da: www.repubblica.it 


Parola d'autore: Davide Van De Sfroos


È il lago stesso, il mio «luogo». Un luogo che impari ad identificare con la misteriosa figura umana che il suo perimetro traccia, un luogo fatto di cose che vedi e che non vedrai mai.
C’è sempre stato qualcosa di magnetico e di ancestrale nel legame che ho con il lago di Como. Gli ho sempre affidato il ruolo importantissimo di essere «casa mia». Più tardi mi sono reso conto che era lui a possedermi, a provocarmi costantemente, come un’entità vera e propria.
Esiste un lago visto da riva e un lago visto dal lago, un lago visto dal monte e uno visto con gli occhi dei suoi abitanti.
Nella sua profondità reale e simbolica, sono racchiuse le epoche, leggende e profezie. Nelle sue sfaccettature ci viene da pensare quando, da bambini, gli adulti ci insegnavano per forza di cose ad avere paura del lago. Oggi qualcuno o qualcosa, sta insegnando al lago ad avere paura di noi.

Davide Van De Sfroos, Paura e leggende sul lago di Como


lunedì 28 aprile 2014

Parola d'autore: Umberto Eco


Chi non legge, a settant'anni avrà vissuto una sola vita: la propria! Chi legge avrà vissuto cinquemila anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito... perché la lettura è un'immortalità all'indietro.

Umberto Eco

domenica 27 aprile 2014

"Poeti e compagnia": un viaggio nel Romanticismo tedesco

di
Mario Gaudio

Quando, nel 1834, Poeti e compagnia fu dato alle stampe, la reazione del pubblico e della critica risultò di estrema freddezza, come accade spesso per i capolavori letterari che, a differenza di tanta letteratura/spazzatura o, in maniera più educata, letteratura commerciale (vedi i vari Moccia, Faletti, E. L. James), non sono accolti a furor di popolo, ma necessitano di tempo per essere compresi e ritenuti indispensabili per il proprio bagaglio culturale. 
Del resto, come ogni classico che si rispetti, anche il romanzo di Eichendorff è, utilizzando una famosa constatazione di Calvino, «un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire», pertanto proponibile come antidoto spirituale/culturale in questi anni politicamente bui, culturalmente morti ed economicamente distruttivi. 
Joseph von Eichendorff
Certo, si tratta di un romanzo dalla trama complessa, difficilmente riassumibile, ma che tocca in profondità le corde dell’animo umano e induce ad attente riflessioni su tematiche quali la poesia, l’arte, l’amore e la vita. Siamo dunque dinanzi a pagine che affrontano argomenti universali, validi in ogni luogo e in ogni tempo e che custodiscono un distillato del più puro Romanticismo tedesco dei primi decenni dell’Ottocento.
La grandezza di Poeti e compagnia sta proprio in questo: racchiudere tutti i contenuti cari alla sensibilità romantica, ma ponendo come presupposto di base un’analisi della validità degli stessi; come direbbe Enrico De Angelis, curatore della edizione di riferimento, siamo dinanzi al «Romanticismo che giudica se stesso, nei suoi ideali e nelle sue tradizioni».
Un processo del genere potrebbe, a prima vista, sembrare alquanto tedioso per il lettore ma, con sublime maestria narrativa, Eichendorff affronta con leggerezza la materia del suo romanzo stimolando di continuo la curiositas e rilassando l’animo di chi si addentra nelle sue pagine con descrizioni paesaggistiche degne dei migliori pittori vedutisti e con il sapiente accostamento di termini capaci di far sentire a chi legge le brezze spiranti nel bosco, i cinguettii degli uccelli fra gli alberi e le folate di vento tra le mura diroccate di castelli ritenuti infestati da fantasmi.
Con estrema incisività, simile a un «portentoso mago» sognante i «tempi antichi che aveva imprigionato per incanto nei suoi cerchi silenziosi», lo scrittore tedesco penetra con sapienza e delicatezza nei recessi dell’animo umano facendovi emergere quel desiderio di libertà che solo la poesia riesce a garantire e solo il poeta è in grado di esprimere. 
Tuttavia, se l’arte della parola è al centro del romanzo uno spazio di estremo rilievo ha anche l’amore, nelle sue diverse sfumature: dalla paura di innamorarsi che porta alla fuga dalla persona amata (come accade al barone Fortunat), alla follia causata dalla passione (è il caso dell’ufficiale francese St. Val che perde il senno a causa della bellezza di Juana, novello “Orlando Furioso” senza lieto fine), sino ad arrivare all’amore malato della selvaggia contessa spagnola che allontana i suoi pretendenti ma, nello stesso tempo, teme di rimanere sola e diventa vittima di un dissidio interiore che la indurrà al suicidio.
Pagina dopo pagina, scorrono pezzi di vita dei protagonisti, perseguitati da qualcosa, ma estremamente attratti dalle loro paure: chi teme di amare si lascia sedurre, chi ama la libertà della poesia si ritrova imbrigliato nella tonaca sacerdotale (è il caso del conte Victor), chi insegue l’arte piomba nell’illusione e nella follia.
Poeti e compagnia ha altresì un retroterra ideologico molto forte, dovuto ad una miscela di legittimismo asburgico (Eichendorff era nato nella Slesia superiore, territorio prussiano, ma che manteneva intatte le caratteristiche della precedente sudditanza imperiale agli Asburgo) e cattolicesimo che si palesa in un costante attacco nei confronti del ceto impiegatizio e borghese, visto come elemento destabilizzante e distruttore di una società aristocratica antica e cristallizzata nel tempo. Ecco dunque la critica verso i funzionari della classe media che vivono in una «terribile operosità» senza avere il tempo necessario per attività quali «leggere, pensare, pregare».
Non mancano neppure le beffe che si riservano ai personaggi più sciocchi e ciò, oltre a rendere la lettura più gradevole, consente di intravedere in filigrana gli atroci scherzi a danno dei sempliciotti che abbondano nel Decameron del Boccaccio.
Insomma, siamo davanti ad un libro completo e complesso, un classico in grado di farci interrogare e, contemporaneamente, darci delle risposte, un testo essenziale per chi crede che «la terra è ancora piena di miracoli, solo che noi non vi badiamo più».


(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)

Presentato "Il Vangelo a S. Maria delle Grazie"

di
Mario Gaudio

Una serata di indiscutibile spessore culturale e spirituale si è consumata oggi presso l’aula magna del Liceo Scientifico “Bachelet” di Spezzano Albanese.
L’occasione è stata fornita dalla presentazione del volume Il Vangelo a S. Maria delle Grazie curato da Vincenzo Altomare e Maria Paola Borsetta ed edito da La mongolfiera.
Al centro della manifestazione l’insieme delle testimonianze di coloro che hanno vissuto in prima persona l’esperienza della Comunità di S. Maria delle Grazie di Rossano Calabro, fondata, nell’ormai lontano 1974, da un appassionato Gianni Novello e divenuta, ben presto, luogo di accoglienza, scambio, crescita, confronto e formazione spirituale, umana, culturale e politica.
A moderare il dibattito è stato Franco Pace che, nell’aprire i lavori, ha ricordato come «Santa Maria delle Grazie era un luogo nel quale si imparava ad essere liberi».
Un momento della presentazione de
Il Vangelo a Santa Maria delle Grazie
(Foto di Mario Gaudio
©)

A ruota è seguito il saluto istituzionale della dirigente scolastica che ha sottolineato «l’apertura del “Bachelet” verso qualsiasi iniziativa culturale del luogo e dell’hinterland» mettendo in risalto l’azione catalizzatrice del liceo spezzanese, sempre in prima fila nelle attività legate all’ambito della cultura.
All’intervento della dirigente ha fatto seguito la proiezione di un video nel quale, attraverso le parole del fondatore e le testimonianze di alcuni aderenti alla Comunità, è stato delineato con semplicità, ma in maniera efficace, lo stile di vita e i principi ispiratori della stessa, dove l’accoglienza «senza mai giudizio» era radicata in modo da considerare il nuovo arrivato «non ospite, ma persona da scoprire, che porta il suo mondo in casa» e la preghiera ritmava la giornata sin dal mattino per accompagnare il lavoro e le altre attività formative.
Le considerazioni della curatrice Maria Paola Borsetta e dell’editore Giovanni Spedicati hanno concordato sul fatto che «La Chiesa è tale quando sta unita» e, pertanto, sarebbe risultato più saggio incrementare un simile esperimento di comunità piuttosto che reprimerlo.
È seguita poi la testimonianza di Franco Marchianò, noto studioso arberëshe e partecipe dell’esperienza di Santa Maria delle Grazie, che ha evidenziato la semplicità della suddetta comunità nella quale il leitmotiv era il «Resta con noi Signore perché si fa sera» di evangelica memoria e i sacerdoti in jeans e maglietta lavoravano gomito a gomito con i laici nei vari laboratori di pittura e di iconografia e si cimentavano nella discussione di temi “caldi” quali la pace, il commercio equo e solidale e la lotta alla povertà, trasformando quelle mura nel «luogo in cui la Parola si calava nella storia».
Sulla stessa lunghezza d’onda l’intervento del docente Angelo Luci, anch’egli partecipe di questa esperienza comunitaria, che ha rammentato la capacità di Gianni Novello, all’epoca docente del liceo scientifico spezzanese, di trasformare la consuetudine dell’ora di religione imprimendovi un carattere di interesse e un’accoglienza all’insegna del sorriso che hanno attratto diverse generazioni di studenti.
Gianni Novello, fondatore della
Fraternità di Santa Maria delle Grazie
(Foto di Mario Gaudio
©)

A concludere la costruttiva serata è stato lo stesso fondatore della Fraternità Santa Maria delle Grazie che, tornando indietro nel tempo, ha rievocato l’entusiasmo di monsignor Antonio Cantisani e quello di monsignor Serafino Sprovieri nei confronti della sua opera e ha altresì rammentato la capacità di questi prelati «di capire che essere cristiani significa avere una sorgente interiore da cui attingere». Novello ha poi descritto alcune delle numerosissime attività portate avanti dalla Fraternità di Santa Maria delle Grazie: in essa si tennero, nel drammatico periodo in cui si contrapponevano lotta armata e pacifismo militante, convegni ai quali parteciparono figure di spicco quali Giovanni Moro, figlio dello statista Aldo ucciso dalle Brigate Rosse; nei locali della comunità si sperimentarono forme di rieducazione alternative alle pene detentive; il luogo ha ospitato figure illustri della nostra storia quali don Tonino Bello, Pietro Ingrao, padre Alex Zanotelli e delegazioni giunte appositamente dall’America Latina per discutere il tema della lotta non violenta.
Al termine di questo excursus, Novello ha lanciato un messaggio di augurio auspicando che lo spirito della Comunità continui a vivere calando sempre il Vangelo nella storia e confrontandosi costantemente sulle problematiche che affliggono di volta in volta la nostra società.


(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)

sabato 26 aprile 2014

"Padri e figli": Turgenev e lo scontro di tre generazioni

di 
Mario Gaudio

Il rapporto tra padri e figli è il problema più spinoso che l’uomo necessariamente dovrà affrontare nell’arco della propria esistenza. Essere genitori è un compito estremamente pericoloso: sbagliare potrebbe significare incenerire i sogni dei propri figli e distruggere il loro futuro in maniera definitiva. Essere figli è altrettanto difficile: non riconoscere alcuni valori trasmessi dai propri genitori o calpestare il loro ruolo significherebbe di fatto spezzare le maglie di una catena d’amore che si prolunga nel tempo e che trova i suoi punti di congiunzione nell’atto di dare la vita ad una creatura.
Al di là di questa premessa generale, Turgenev affronta la delicata questione sotto un ulteriore punto di vista: quello del contrasto tra generazioni così diverse che non hanno la volontà e la possibilità di comunicare o, comunque, fare sintesi tra loro.
Ivan Turgenev
Protagonista di Padri e figli è Bazarov, un uomo (o meglio un personaggio) estremo, uno di quelli che si può amare o odiare e che non lascia spazio a soluzioni di compromesso.
Il suo atteggiamento e il suo pensiero rientrano nella categoria del nichilismo (termine coniato proprio da Turgenev per indicare l’«uomo che non s’inchina davanti a nessuna autorità, che non accetta nessun principio come fede, di qualunque rispetto questo principio sia circondato»), mentre le sue azioni sono attorniate da una patina di impertinenza che ne accentua il carattere aspro e polemico.
Bazarov si muove con sicurezza e spavalderia (pur essendo caratterizzato solo da una pars destruens che ne fa, in fin dei conti, un personaggio negativo) sullo sfondo di una Russia agricola ancorata alle vecchie tradizioni, ma stimolata dalle idee liberali degli aristocratici più illuminati e dalle progressive riforme agrarie (contadini salariati che prendono il posto dei servi della gleba).
Il suo atteggiamento critico incarna in pieno il processo di estremizzazione dell’individualismo anarchico che, in quegli anni, lottava per la distruzione dell’ordinamento politico e sociale in vigore nelle sterminate terre russe.
Un simile intento non può che contrastare con chi si pone a difesa delle antiche tradizioni pur lasciando spazio a qualche innovazione attraverso un moderato liberalismo di tipo inglese. Da ciò nasce l’insanabile contrapposizione tra Bazarov e Pavel Petrovič Kirsanov, zio del giovane Arkadij,  nella cui residenza il seguace del nichilismo è ospitato per diverso tempo.
Lo scontro tra questi due sistemi di pensiero profondamente diversi sottende in realtà l’astio tra due generazioni prive di capacità comunicative e culmina in un duello nel quale Bazarov ferisce il vecchio Pavel Petrovič uscendo, solo apparentemente e temporaneamente, vincitore.
Di lì a poco infatti, per una strana legge del contrappasso (l’amante delle scienze naturali è ucciso dalla scienza stessa), lo stesso Bazarov rimarrà ferito durante un’autopsia da lui eseguita sul cadavere di un contadino morto a causa del tifo e contrarrà l’infezione che lo condurrà alla tomba.
Insomma, due “ferite” che possono essere lette anche in chiave metaforica: un liberalismo moderato e riformatore (Pavel Petrovič) che, nonostante qualche ammaccatura, sopravvive e uno spirito rivoluzionario che, al di là dell’apparente vittoria, è destinato a soccombere.
Ad un primo impatto Padri e figli sembra racchiudere tra le pagine l’insanabile contrasto tra due generazioni che culmina in un duello ma, ad una lettura approfondita, è possibile ricondurre la lotta alle pretese di ben tre contendenti.
Padri e figli di
Ivan Turgenev
Esiste infatti una terza generazione che combatte in modo silente ma efficace la sua battaglia, benché si tratti di una competizione persa in partenza. La terza protagonista del romanzo è abbastanza defilata dagli eventi, ma incarna in toto l’ancien régime. Si tratta di Arina Vlas’evna, la madre di Bazarov, «una vera nobile russa del tempo antico», pia e superstiziosa, incline a credere «a ogni genere di presagi, di divinazioni, di scongiuri e di sogni», una donna di vecchio stampo che simboleggia il pensiero di una generazione remota e patriarcale destinata ad essere spazzata via non già dal nichilismo di Bazarov, ma dal moderato e pragmatico liberalismo di Pavel Petrovič.
Anche Arina Vlas’evna combatte il suo duello, uno scontro durissimo con la vita, dal quale esce sconfitta e ferita profondamente per la morte dell’amato figlio Bazarov.
Insomma Padri e figli è il romanzo del contrasto tra idee e valori che risultano incomprensibili nel passaggio da una generazione all’altra; il dettagliato resoconto di un universo privo di dialogo, unico strumento efficace per costruire ponti e abbattere muri nelle nostre società sempre più tecnologiche e sempre meno disposte al confronto.
«[…] non c’è uomo che non abbia un compito, non foss’altro che quello di morire: in questo, e sia pure in questo soltanto, Turgenev è più grande di Tolstoj, che pretendeva di ridurre l’uomo a uomo comune: è più grande di Dostoevskij, che pretendeva il contrario, non vi fossero altro che eroi – demoni o santi» (Franco Cordelli).


 (Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)

La voce delle Muse: Giovanni Pascoli

a cura di
Mario Gaudio


X Agosto
San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!


  Giovanni Pascoli