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venerdì 12 gennaio 2018

"Io prima di te" un film che è un inno alla vita

di 
Valeria Alescio

Il valore della vita lo comprendi quando non ti è permesso di vivere una vita “normale”!
È questo che accade, per uno scherzo del destino, a William Traino protagonista del film “Io prima di te”, insieme a Louisa Clark; tratto dall’omonimo romanzo di Jojo Moyes, il quale ha riscosso un grosso successo richiamando l’attenzione di moltissimi giovani.
William è tetraplegico a causa di un incidente stradale che lo ha costretto su una sedia a rotelle.
La drammaticità della storia è rilevante ma al contempo il film è sia ironico che romantico grazie alla bravura degli attori e alla scelta dell’intreccio della trama che tratta la tematica dell’eutanasia, del suicidio assistito e del testamento biologico.
Per noi cattolici, soprattutto noi giovani, è doveroso avere un pensiero critico ed una visione chiara su queste tematiche così importanti e toccanti.
Secondo la visione di questo film è l’uomo ad auto-attribuirsi il titolo di “padrone assoluto della propria vita”, anziché esserne un semplice amministratore.
Ci domandiamo se: il malato può essere libero al 100 per cento di scegliere la strada della morte, quindi l’uomo come giudice supremo, oppure è Dio che decide sulla nostra vita? 
Locandina del film Io prima di te
(Regia di Thea Sharrock, 2016)

Proprio San Giovanni Paolo II, a tal proposito, parla di “cultura di morte”, ossia non più una morte determinata da leggi naturali ma una morte come accadimento programmato dell’uomo.
Solitamente uno dei motivi di queste scelte è il ritenersi un “peso” sia per l’interessato sia per chi se ne prende cura. Nel caso di specie le parole del protagonista sono: “Mi limito ad esistere!”, dunque l’eutanasia porrebbe termine ad un’esistenza priva di valore e di senso e sembrerebbe la soluzione più ragionevole.
Ci sono molte associazioni di aiuto al suicidio in Svizzera, proprio lì il suicidio assistito è legale dal 1942, nel corso degli anni si è creato un vero e proprio flusso di italiani decisi a porre fine alla sofferenza.
Anche se le statistiche parlano di un 40 per cento di persone che cambiano idea all’ultimo momento grazie al supporto dato dal medico incaricato. In proposito la Congregazione per la Dottrina della fede dice che le suppliche dei malati molto gravi che talvolta invocano la morte, non devono essere intese come espressione di una vera volontà di eutanasia, esse sono richieste angosciate di aiuto, di amore e di affetto.
“Amore”, cosa che aveva trovato il nostro protagonista. Un film che, nonostante tutto, è un vero e proprio “inno alla vita” invitandoci a non accontentarci mai, a vivere con audacia, a sfidare e a “mordere” la vita in tutta la sua essenza!
(Pubblicato su insiemeragusa.it)

domenica 24 dicembre 2017

Don Ferdinando Guaglianone jr Rettore del seminario di Rossano (1887-1901)

di
Cesare De Rosis

Correva l'anno 1887 quando, nel pieno della sua attività letteraria a Napoli e dintorni  con La Civiltà Cattolica e altre prestigiose riviste dell'epoca, don Ferdinando Guaglianone jr, veniva chiamato dall'arcivescovo di Rossano quale Rettore del Seminario. Di formazione gesuita, ma prete diocesano, lo spezzanese don Ferdinando (n.1843 – m.1927), fu insigne formatore di una cospicua generazione di sacerdoti.
Don Ferdinando Guaglianone
(1843-1927)
A 23 anni, il 17 giugno 1866,  diventa sacerdote, interessandosi ed approfondendo subito i diversi ambiti della Teologia e della letteratura.
Seguì le norme di papa Leone XIII che incoraggiava nei seminari italiani il ritorno al tomismo, ma fu educatore solerte ed attento alle novità in campo pedagogico come dimostra la sua adesione al modello di Wolfgang  Ratke. La sua attività di rinomato predicatore spinse mons. Orazio Mazzella a nominarlo arciprete di Spezzano dopo la morte del fratello don Giuseppe Guaglianone avvenuta il 21 settembre 1901.

(Pubblicato su Camminare Insieme)

martedì 24 ottobre 2017

L'educata ironia di Giulio Andreotti

di
Mario Gaudio

Nel 1980 Giulio Andreotti, chiamato a pronunciare un discorso celebrativo per il centesimo compleanno dell’arcivescovo Alfonso Carinci, esordì con una famosa citazione di Menandro («Muor giovane colui ch’al cielo è caro») suscitando l’ilarità generale e mostrando quel sottile e invidiato senso di educata ironia che da sempre accompagnava i suoi interventi pubblici e privati.
Questo è soltanto uno degli innumerevoli esempi di uno stile espressivo che divenne, col passare degli anni, una vera e propria weltanschauung, indizio di una mente raffinata e colta capace di applicare con naturalezza e cognizione di causa l’antico adagio latino «castigat ridendo mores».
Giulio Andreotti (1919 - 2013)
Il potere logora…ma è meglio non perderlo è un’antologia delle migliori considerazioni ironiche dello statista romano che, gloria e vanto della politica nazionale, ricoprì per ben sette volte la carica di Presidente del Consiglio e per ventisette quella di ministro della Repubblica.
Al di là della brillante e prolifica carriera istituzionale, traspare dalle pagine andreottiane l’inconfondibile cultore di Cicerone a cui si affianca lo zelo dell’appassionato amante della tradizione letteraria classica.
Ogni citazione riportata ne Il potere logora…ma è meglio non perderlo gronda di esperienze di vita privata che si mescolano con le vicende politiche, le tendenze sociali e i gusti culturali del Novecento sino a diventare un elemento unico facilmente identificabile con la Storia stessa.
L’antologia ha di per sé il grande limite strutturale di riportare soltanto una minima porzione degli innumerevoli aforismi andreottiani e ciò impedisce al lettore di avere una visione globale dell’argomento, tuttavia il valore dell’opera consiste nel fatto che, attraverso le sue pagine, si ripercorrono situazioni e momenti importanti della politica italiana e della cronaca, con sferzanti considerazioni su vizi nazionali ancora non debellati: nei confronti dei tanto diffusi evasori fiscali Andreotti chiosava: «L’umiltà è una virtù stupenda. Ma non quando si esercita nella dichiarazione dei redditi»; mentre per i nuovi ricchi lo statista riservava una considerazione al vetriolo: «Vi è un genere pericoloso di numismatici: il collezionista di moneta corrente».
Il potere logora...
ma è meglio non perderlo

di Giulio Andreotti
Non mancano argute riflessioni sulla giustizia («Perché la stupenda frase “La Giustizia è uguale per tutti” è scritta alle spalle dei magistrati?»), sull’antifascismo d’occasione («L’antifascismo è come i vini. Bisogna guardare all’annata»), sugli eterni problemi della Capitale («Non attribuiamo i guai di Roma all’eccesso di popolazione. Quando i romani erano solo due, uno uccise l’altro») e sui cosiddetti «vizi minori» («Annoiato dagli ammonimenti contro l’uso del tabacco un padre rosminiano irlandese ha detto al suo superiore: “Meglio fumare su questa terra che dopo”»).
Insomma, Il potere logora…ma è meglio non perderlo è un libro da leggere, scorrevole e divertente, in grado di offrire sprazzi di luce su anni di storia e costumi d’Italia con un approfondimento sulla ancor poco studiata biografia di Giulio Andreotti che, al netto dei meriti politici, fu una miniera di aneddoti, un appassionato di cultura e un maestro indiscutibile di savoir-faire.

(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)

venerdì 13 ottobre 2017

"Adesso": l'amore contraffatto di Chiara Gamberale

di
Mario Gaudio

Adesso è un romanzo problematico, specchio fedele di una nuova concezione della letteratura e dell’amore che si va facendo strada nella società tecnocratica e globalizzata in cui siamo immersi.
Chi si aspetta un buon testo letterario, magari colmo di richiami alla gloriosa tradizione dei più importanti scrittori italiani, farebbe bene ad astenersi dalla lettura delle pagine di Chiara Gamberale, ma se si vuole intraprendere un percorso – accidentato – tra i meandri di una scrittura anarchica e, talvolta, presuntuosa e ripetitiva il testo dell’autrice romana diventa un passaggio quasi inevitabile.
La narrazione procede infatti in maniera confusionaria, con riprese e abbandoni di immagini e situazioni secondarie che ruotano attorno all’asse portante della vicenda amorosa di Lidia e Pietro. A questo andamento vorticoso occorre aggiungere anche una fretta di fondo che, unita ad uno spropositato affidamento al caso e agli eventi, connota non solo i protagonisti di Adesso, ma anche i vari – a tratti pittoreschi – personaggi marginali.
La logica del romanzo invita a consumare ogni opportunità della vita nell’ambito dell’«adesso», un aspetto questo che se da un lato richiama – sebbene solo superficialmente − il carpe diem oraziano dall’altro frantuma quella necessità di riflettere che, di fatto, sembra essersi dissolta nella società del consumo e della velocità. Tuttavia, la Gamberale presenta il grande limite della vaghezza: si prodiga a consigliare di vivere l’attimo senza definire il concetto di «adesso» che viene genericamente circoscritto come il tempo «fra l’infanzia e il troppo tardi».
Adesso di Chiara Gamberale
Il tema dominante è chiaramente l’amore ma, anche in questo caso, è opportuno rimarcare un netto stravolgimento nei confronti della tradizione classica e, addirittura, rispetto al canone moderno. Il sentimento raccontato dall’autrice è profondamente degradato e spogliato da qualsiasi connotazione ideale, per divenire una sorta di meccanico sfogo dopo vicende andate a male: Lidia esce da una separazione, ma intrattiene un rapporto ambiguo con l’ex marito, mentre Pietro vive il dramma di una moglie che lo ha abbandonato per seguire la vita religiosa. A ciò sono accostate le diverse debolezze psicologiche accumulate dai personaggi e, sostanzialmente, mai risolte.
Alla vicenda principale si accompagna anche una sorta di sottobosco narrativo che racchiude piccole relazioni sentimentali − di natura adulterina o comunque occasionale − che conducono ad un intreccio forzato e artificiale di personaggi dalla mentalità diversa e dal comportamento estremamente eterogeneo.
Adesso è un romanzo contraffatto, a tratti non piacevole, dalla prosa sciatta e irregolare ma, sicuramente, degno di essere letto per comprendere adeguatamente la nefasta involuzione in cui sono precipitati il più bello dei sentimenti e la produzione letteraria dei nostri giorni.
(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)

Veleni e illusioni di una generazione nel romanzo di Christiane F.

di
Mario Gaudio

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino è un romanzo scomodo, inquietante sotto molti aspetti, ma capace, a distanza di anni, di far interrogare e riflettere il lettore che vi si accosta senza pregiudizio e con adeguato spirito critico.
Il libro nasce da un colloquio con Christiane Vera Felscherinow, la protagonista delle vicende, la quale racconta realisticamente la sua triste storia a due importanti giornalisti − Kai Hermann e Horst Rieck – che, ben presto, smetteranno i panni degli intervistatori per vestire quelli, stretti ma necessari, degli ascoltatori.
Le pagine scorrono con una certa rapidità, ma la bruttura e il degrado di cui è intrisa l’esistenza di una tossicomane appena adolescente inducono a lunghe e sofferte pause di riflessione.
Il tema centrale è ovviamente quello della droga, approdo velenoso e illusorio di un’esistenza sventurata che inizia per la giovane Christiane con l’incomprensione familiare e il disagio di un trasferimento. Nella Berlino ovest di fine anni Settanta, la protagonista si ritrova a vivere gli ultimi sprazzi d’infanzia tra i casermoni del quartiere popolare di Gropiusstadt e a subire le angherie di un padre prima violento e poi totalmente indifferente e anaffettivo, tipico esempio di fallimento di una figura genitoriale incapace di instaurare un dialogo costruttivo e rinchiusa in un mutismo orgoglioso e deleterio.
Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F.
Dinanzi a questa squallida situazione quotidiana Christiane, benché tredicenne, non trova il coraggio e l’occasione di sfogare la sua rabbia e rimane coinvolta in un circolo vizioso di amicizie che la condurranno gradualmente alla degenerazione totale attraverso l’uso di sostanze stupefacenti.
Ovviamente, una volta imboccato il mortifero tunnel dell’eroina, la giovane è costretta a confrontarsi con un mondo − parallelo a quello borghese − fatto di spaccio, furto e prostituzione con la costante ansia di sfuggire alle retate della polizia e l’onnipresente pericolo dell’overdose.
Soltanto dopo numerosi e vani tentativi di disintossicazione, falliti a causa di un ambiente sociale poco comprensivo e di una scarsa conoscenza del problema della tossicodipendenza, Christiane riuscirà, grazie alla caparbietà di sua madre, ad allontanarsi dal mondo della droga e da una Berlino − divisa e imbruttita − capace di riempire il vuoto delle coscienze soltanto attraverso gli illusori paradisi artificiali dello sballo.
Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino narra vicende di vite mancate e di esistenze stroncate negli aberranti cessi della metropolitana da iniezioni fatali considerate l’unico antidoto contro i mostri di una realtà divenuta troppo opprimente. Un libro dunque datato, ma estremamente attuale, capace di dare un impulso nuovo alle coscienze ormai assuefatte davanti al problema della droga non più considerata come distruttiva via di fuga per giovani insoddisfatti ma diventata, nel contesto della nostra società tecnocratica e globalizzata, vizio più o meno noto di calciatori strapagati, vip e rampolli di storiche famiglie italiane.

(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)

mercoledì 18 maggio 2016

Danimarca. Scoperto Crocifisso del X secolo

di 
Giulio Cesare De Rosis


Risale alla prima metà del X secolo il Crocifisso vichingo che gli esperti ritengono essere una vera e propria scoperta destinata a segnare la storia dell'arte della Danimarca, nazione in cui è avvenuto recentemente l'inaspettato ritrovamento da parte del ricercatore Dennis Fabricius Holm. E' alto solo 4,1 cm e pesa 13 grammi. L' Arte vichinga si basa principalmente su oggetti in metallo e pietra, essendo, gli oggetti in avorio, osso e legno più facilmente deperibili e quindi più raramente in condizioni di sopravvivere sul lungo periodo. Della scoperta, che potrebbe riscrivere la storia del cristianesimo in Danimarca, ne ha dato notizia, tra gli altri, anche la Radio Vaticana. Si tratta di un crocifisso ritrovato presso la città di Aunslev e risalente alla prima metà del 900 d.C., epoca nella quale il Cristianesimo non era ancora diffuso in questo Paese. 

UNA SCULTURA DEL XIV SECOLO: LA VERGINE COL BAMBINO DI SPEZZANO ALBANESE NELL’ICONOGRAFIA DELLA MADONNA REGINA.

di 
Giulio Cesare De Rosis

Francesco Marchianò di Agostino mi segnalò una rara e misconosciuta scultura del tardo gotico spagnolo. Si tratta di un gruppo scultoreo denominato Mare de Déu del Llibre a Escornalbou (foto 1 - 2) raffigurante la Vergine seduta col Bambino in braccio e reggente il volumen dei Vangeli. Rientra nella tipologia iconografica della Madonna Regina e precisamente della Sedes Sapientiae. In Occidente la Madonna Regina in ambito scultoreo appare nel VI secolo circa come dimostra la Madonna del Sacro Calice nell'Abbazia S. Maria di Follina (Treviso). Nel Medioevo vanno segnalati due notissimi esemplari, ovvero la Sedes Sapientiae di Tino da Camaino conservata nel Museo del Bargello a Firenze e la Madonna Regina di Arnolfo di Cambio, custodita nel Museo dell'Opera del Duomo a Firenze.

Il già citato gruppo scultoreo spagnolo è quello che oggigiorno più di ogni altro può essere apparentato al manufatto litico della Madonna di Spezzano Albanese (foto 3) che, alla luce dei documenti e di oculate osservazioni di natura storico-artistica, abbiamo ritenuto giusto datarlo  XIV secolo. In Calabria esemplari simili alla Madonna delle Grazie di Spezzano non ne troviamo molti, e questo attesta l’antichità meritoria da ascrivere a questo monumento della Calabria Angioina. Il prof. Giorgio Leone mi diceva giustamente che, però, nel Seicento è stata "manomessa" e ciò è avvenuto pure con altre statue in muratura più o meno coeve alla Vergine di Spixana.
Un esemplare più antico, detta Madonna di Mercuri, si trova a Orsomarso ed appartiene al secolo XIII, mentre qualche altro manufatto in pietra, malto e stucco come la Madonna delle Grazie di Morano è di epoca  successiva (XVI secolo – foto 4). Una studiosa recentemente si è occupata dell’iconografia mariana in Calabria con particolare riguardo a quest’ambito scultoreo che ritrae la Madonna seduta con Bambino in braccio e che, a giusta voce, possono essere considerati documenti che riguardano tanto la storia dell’arte quanto l’etnografia. La studiosa Emanuela Papasso per la Madonna di Spezzano non ha messo in discussione la datazione proposta da chi scrive circa il XIV secolo, ma ha ritenuto opportuno ascriverla vicino alla scuola di Stefano da Putignano, accostandosi così per certi versi alle tesi di Alessandro Serra.
Il Serra sosteneva che la statua della Madonna fosse stata costruita dopo il 1451 quando i monaci eremiti agostiniani chiesero al papa di riattare l’antica Chiesa di Sancta Maria di Spizano. Questa asserzione è stata messa in discussione da altri due studiosi, oltre che da chi scrive, come Vincenzo Longo e Francesco Marchianò dal momento che i già citati monaci nel 1451 chiedono al Pontefice di ristrutturare l’antica, dunque già esistente Chiesa della Madonna di Spezzano, ove già la statua si venerava prima che il tempietto cadesse in stato d’abbandono.
Considerato che la Madonna delle Grazie appartiene verosimilmente alla fine del Trecento, dunque alla fine dell’età angioina in Calabria, è da ritenersi esempio di scultura tardo gotico, di modesta manifattura, ma di alto valore artistico come l’esemplare di Escornalbou che, oltre ad essere coeva, si apparenta sul piano iconografico. In merito, poi, alla tipologia della Sedes Sapientiae, un importantissimo esempio è la scultura lignea della Vergine con il Bambino, realizzata da Domenico da Tolmezzo per la chiesa di S. Maria a Borgnano (Friuli Venezia Giulia) e databile c.a. 1479 (foto 5).


 Bibliografia
Cesare De Rosis, La prima ricostruzione storica sulla statua della Madonna di Spezzano Albanese: La Madonna delle Grazie nella scultura trecentesca meridionale in “Katundi Ynë”, Anno XXXV – N.117 – 2004 /4; pp. 25-26.
Cesare De Rosis, Il simulacro medievale della Madonna di Spezzano Albanese nella tipologia della “Madonna Regina”, in “Apollinea” Anno IX – n.1 Gen.-Feb.2005; pp. 28-29.
Cesare De Rosis, La Madonna delle Grazie di Spezzano Albanese e altre sculture nella storia e nell’arte, Spezzano Albanese, 2009 I edizione; 2010 II edizione, 2011-2012 III edizione, Legatoria F. Patitucci  - Spezzano Albanese (Cs).
Cesare De Rosis, La Sedes Sapientiae di Tino da Camaino: un esempio delle sue derivazioni, in “Giornale interattivo San Sosti” 29 Ottobre 2011.
Cesare De Rosis, Pregiudizi e Revisioni sulla scultura della Madonna delle Grazie di Spezzano Albanese, in “Katundi Ynë”, 2014.


Ringrazio Mario Gaudio  per la pubblicazione del presente contributo che vuole essere un altro tassello dei miei reiterati studi sulla Madonna di Spezzano Albanese. Esprimo viva gratitudine, inoltre, per il supporto che ha voluto riservarmi sin dagli albori di questa ricerca con la pregevole prefazione al mio libro nel 2009.