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lunedì 23 aprile 2018

"Memorie di un conte calabrese": ipotetico manoscritto preparatorio del raro romanzo del 1872

di
Cesare De Rosis

Molto rammarico abbiamo espresso quando, recuperando l'opera edita di d. Ferdinando Guaglianone[1], mancava, oltre ad Un salmo in canzone[2], il romanzo Memorie di un conte calabrese[3]. Ebbene, tra i manoscritti inediti del nostro autore[4], ci è capitato di leggere, spinti dalla più viva curiosità, un racconto frammentario che non permette di tracciare quei confini che lo renderebbero completo e lineare. Il romanzo è citato da Ferdinando Cassiani nel volumetto Un intransigente[5], ovvero un singolare profilo dell’arciprete spezzanese.
Don Ferdinando Guaglianone
(1843 - 1927)
In seguito, sia Giovanni La Viola[6] che Alessandro Serra[7] ribadiscono questa informazione. Lo scritto a cui stiamo facendo riferimento è stato segnalato da Don Fiorenzo De Simone ad un convegno il 15 Dicembre 2017 e inventariato da chi scrive come Scritto senza incipit[8]. In seguito, ad un’attenta lettura, si può affermare solo con una sicurezza che lascia il giusto e prudente margine del dubbio, che si tratta del contributo di cui, da tempo, ne seguivamo le tracce. Nello scritto, che comprende 96 pagine, sono narrate le vicende del conte Engilberto che, dopo il matrimonio con una giovinetta di benestante famiglia napoletana di nome Clara, si stabilisce, con lei, nel castello di Terranova, costruito dai normanni attorno al XII secolo. E’ descritto con dovizie di particolari, il corteo nuziale che, venendo da Castrovillari, passa da Spezzano Albanese e giunge, infine, a Terranova dove era atteso “da vispi fanciulli, allegri giovinetti e uomini e donne di ogni età che si assieparono fino al Convento dei Minori Osservanti, il punto più alto del paese”.
Assieme alla coppia entrano in scena altri personaggi, come il padre dello sposo, la madre di Clara, Cipriano, amico del conte, il francese, Pietro “il fattorino”, fra Girolamo e Crezia, la domestica che avrà un ruolo importante nella storia, essendo venuta a conoscenza, udendo una conversazione degli interessati stessi, del passato oscuro e burrascoso di Engilberto, legato ad una vita dissoluta, scaturita probabilmente da una sbagliata educazione. Il frate, sebbene custodisca il segreto rivelato in confessione, tenterà di recuperare, sembrerebbe invano, attraverso delle piccole peripezie, l’anima dell’errante, sicuro che il tempo della conversione è sempre propizio per sperimentare l’infinita misericordia di Dio.
In Europa si erano già diffuse le idee della narrativa francese naturalista e in Italia i romanzi veristi e, forse per questo, Ferdinando Cassiani, sebbene stimasse Guaglianone, ritiene il testo in questione un “mediocre romanzo alla vecchia maniera”.


[1] F. Guaglianone (1843-1927), dopo la formazione di base a Rossano, viene inviato a Napoli dove perfeziona gli studi in Teologia. Versatissimo per le arti umanistiche, fu poeta, scrittore ed educatore. Nel 1887 diventa Rettore del Seminario di Rossano e, infine, Arciprete di Spezzano Albanese dal 1901 fino alla morte. Tra le sue opere maggiori si ricordano: Il Mese di Maria, 1885; Cari e Mesti ricordi, 1890; Poesie, 1874; S. Rosalia. Leggenda poetica, 1878. Cfr. C. De Rosis, «Don Ferdinando Guaglianone, poeta da riscoprire» in Diritto di Cronaca  4 Dicembre 2017.
[2] Un salmo in canzone del Sac. Ferdinando Guaglianone da Spezzano Albanese. Napoli, tip. di Stanislao de' Leila, via Pignatelli S. Giovanni Maggiore A*0 34, 1871. Queste dettagliate notizie ce le fornisce “La Civiltà Cattolica”.
[3] F. Guaglianone, Memorie di un conte calabrese, Tipi di Orlando di Nocera, Napoli 1872.
[4] C. De Rosis, «Un convegno apre le porte alla ricerca e allo studio di don Guaglianone», in Diritto di Cronaca  23 Gennaio 2018; Id., Tracce bio- bibliografiche di Don Ferdinando Guaglianone jr (1843 -1927), s.e., San Benedetto Ullano 2017.
Id., «Don Ferdinando Guaglianone (1843-1927), Vita e Opere» in Ferdinando Guaglianone, Umanista – 90°, Edizioni Bashkim, Spezzano A., pp. 7- 14.
[5] F. Cassiani, Un intransigente, Castrovillari, 1928, p. 6.
[6] G. Laviola, Dizionario bibliografico degli Italo - Albanesi, Edizioni Brenner, Cosenza 2006.
[7] A. Serra, Spezzano Albanese nelle vicende storiche sue e dell'Italia, 1470-1945, Edizioni Trimograf, Spezzano Albanese 1987.
[8] C. De Rosis, «Don Ferdinando Guaglianone (1843-1927), Vita e Opere» in Ferdinando Guaglianone, Umanista - 90°, p. 12.

(Pubblicato su Katundi Ynë)
Ringrazio l'amico dott. Mario Gaudio per aver voluto pubblicare questo contributo sulla presente rivista.



sabato 10 marzo 2018

Guaglianone e Tomassi - Testi a confronto

di
Cesare De Rosis

"Il colera nel settembre 1884 colpisce Napoli in maniera virulenta e si diffonde facilmente a causa delle precarie condizioni dei quartieri popolari. In meno di due settimane si contano migliaia di morti. La popolazione crea tumulti e invoca soccorsi". Questo emerge dalle cronache di quegli anni nella città partenopea dove risiedono anche letterati ed uomini di cultura che raccontano l'evento in prosa e in versi.
L'opera di padre Innocenzo
Tomassi
 Il colera del 1884 a Napoli nei "ricordi" del frate francescano Innocenzo Tomassi è un opuscolo che racconta minuziosamente l'evento triste e doloroso e trova riscontro con un'opera poco conosciuta di don Ferdinando Guaglianone che a Napoli svolgeva in quegli anni attività di precettore e di giornalista presso importanti riviste di apologetica cristiana. Il testo, contenuto in una miscellanea poliglotta si intitola 12 Settembre 1884. Il Colera in Napoli ed è costituito da sei lunghe strofe. Entrambi questi autori erano vicini alla Civiltà Cattolica, la preziosa rivista dei Gesuiti fondata da p. Carlo Maria Curci.
"12 settembre 1884. Il colera in Napoli"
di Ferdinando Guaglianone
 Questi testi hanno un precedente come dimostrano Le Lettere storico - cliniche del colera nella Sezione Vicaria dirette al Cav. Giuseppe Biondi Professore di Medicina dal Dott. Giuseppe Ria, un'opera del 1866 con resoconto di un'esperienza sul campo, ma sono anche il documento di un linguaggio 'tecnico' che spesso fa ricorso alle risorse della letteratura. 

sabato 20 gennaio 2018

La castità come trasgressione

di 
Valeria Alescio

“Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Mt 5,8).
Da questo passo del Vangelo prende spunto un’iniziativa che sostiene i ragazzi che hanno deciso di arrivare in castità al matrimonio, promessa che viene rinnovata ogni anno.
“Cuori Puri” ha sede in ogni parrocchia d’Italia in quanto non è un movimento ma, appunto, un’iniziativa.
Le conversioni avvengono ancora oggi. Ania Goledzinowska, dopo un pellegrinaggio a Medjugorje, abbandona le passerelle di alta moda, la vita di lusso e lussuria, smette di fare la top model, riesce a liberarsi dalle ferite passate, e sceglie una vita di castità e preghiera, fondando, con la collaborazione di padre Renzo Gobbi, questa nuova iniziativa esattamente il 25 giugno 2011. Oggi gli iscritti sono già qualche migliaio, anche se, nella società odierna, giovani che fanno questa scelta vengono considerati “mosche bianche”.
Gesù deve essere considerato, in qualche modo, nella vita di noi giovani, come il “navigatore” della macchina. Di fatto, cosa fa il navigatore quando si sbaglia strada, quando ci si perde? Ricalcola il percorso e riporta sempre a casa!.
La stessa scelta di purezza e castità è stata fatta dall’attore Eduardo Verastegni il quale dice che la castità prematrimoniale comunica al nostro futuro partner: “Guarda da quanti anni ti ho aspettato, sono stato fedele a te ancora prima di conoscerti”.

La castità vista come una “scelta”, non come un “ordine”, una regola bella, affascinante, ma al contempo difficile da seguire, però al termine gratificante.
Noi giovani dobbiamo tenere a mente che, la trasgressione più grande, oggi, è quella di non concederci, di andare controcorrente e di non conformarci.
È comprendere che “Il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo” proprio come dice San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi.
Infatti Papa Giovanni Paolo II afferma: “Per l’amore il corpo non è che un tramite”, cioè l’amore che abbiamo dentro lo trasmettiamo attraverso il nostro corpo, quindi in questo caso donandoci nella totalità.
Dunque “Non conformatevi alla mentalità di questo mondo” a questo ci esorta San Paolo perciò dobbiamo sforzarci di vivere santamente. L’apostolo ci sollecita ad assumere un comportamento di radicale anticonformismo, siamo chiamati ad andare controcorrente, soprattutto noi giovani essere trasgressivi vivendo ed assumendo atteggiamenti che questo mondo non concepisce, primi fra tutti la castità, scelta positiva di vivere la sessualità secondo il progetto d’amore di Dio.
(Pubblicato su insiemeragusa.it)

venerdì 12 gennaio 2018

"Io prima di te" un film che è un inno alla vita

di 
Valeria Alescio

Il valore della vita lo comprendi quando non ti è permesso di vivere una vita “normale”!
È questo che accade, per uno scherzo del destino, a William Traino protagonista del film “Io prima di te”, insieme a Louisa Clark; tratto dall’omonimo romanzo di Jojo Moyes, il quale ha riscosso un grosso successo richiamando l’attenzione di moltissimi giovani.
William è tetraplegico a causa di un incidente stradale che lo ha costretto su una sedia a rotelle.
La drammaticità della storia è rilevante ma al contempo il film è sia ironico che romantico grazie alla bravura degli attori e alla scelta dell’intreccio della trama che tratta la tematica dell’eutanasia, del suicidio assistito e del testamento biologico.
Per noi cattolici, soprattutto noi giovani, è doveroso avere un pensiero critico ed una visione chiara su queste tematiche così importanti e toccanti.
Secondo la visione di questo film è l’uomo ad auto-attribuirsi il titolo di “padrone assoluto della propria vita”, anziché esserne un semplice amministratore.
Ci domandiamo se: il malato può essere libero al 100 per cento di scegliere la strada della morte, quindi l’uomo come giudice supremo, oppure è Dio che decide sulla nostra vita? 
Locandina del film Io prima di te
(Regia di Thea Sharrock, 2016)

Proprio San Giovanni Paolo II, a tal proposito, parla di “cultura di morte”, ossia non più una morte determinata da leggi naturali ma una morte come accadimento programmato dell’uomo.
Solitamente uno dei motivi di queste scelte è il ritenersi un “peso” sia per l’interessato sia per chi se ne prende cura. Nel caso di specie le parole del protagonista sono: “Mi limito ad esistere!”, dunque l’eutanasia porrebbe termine ad un’esistenza priva di valore e di senso e sembrerebbe la soluzione più ragionevole.
Ci sono molte associazioni di aiuto al suicidio in Svizzera, proprio lì il suicidio assistito è legale dal 1942, nel corso degli anni si è creato un vero e proprio flusso di italiani decisi a porre fine alla sofferenza.
Anche se le statistiche parlano di un 40 per cento di persone che cambiano idea all’ultimo momento grazie al supporto dato dal medico incaricato. In proposito la Congregazione per la Dottrina della fede dice che le suppliche dei malati molto gravi che talvolta invocano la morte, non devono essere intese come espressione di una vera volontà di eutanasia, esse sono richieste angosciate di aiuto, di amore e di affetto.
“Amore”, cosa che aveva trovato il nostro protagonista. Un film che, nonostante tutto, è un vero e proprio “inno alla vita” invitandoci a non accontentarci mai, a vivere con audacia, a sfidare e a “mordere” la vita in tutta la sua essenza!
(Pubblicato su insiemeragusa.it)

domenica 24 dicembre 2017

Don Ferdinando Guaglianone jr Rettore del seminario di Rossano (1887-1901)

di
Cesare De Rosis

Correva l'anno 1887 quando, nel pieno della sua attività letteraria a Napoli e dintorni  con La Civiltà Cattolica e altre prestigiose riviste dell'epoca, don Ferdinando Guaglianone jr, veniva chiamato dall'arcivescovo di Rossano quale Rettore del Seminario. Di formazione gesuita, ma prete diocesano, lo spezzanese don Ferdinando (n.1843 – m.1927), fu insigne formatore di una cospicua generazione di sacerdoti.
Don Ferdinando Guaglianone
(1843-1927)
A 23 anni, il 17 giugno 1866,  diventa sacerdote, interessandosi ed approfondendo subito i diversi ambiti della Teologia e della letteratura.
Seguì le norme di papa Leone XIII che incoraggiava nei seminari italiani il ritorno al tomismo, ma fu educatore solerte ed attento alle novità in campo pedagogico come dimostra la sua adesione al modello di Wolfgang  Ratke. La sua attività di rinomato predicatore spinse mons. Orazio Mazzella a nominarlo arciprete di Spezzano dopo la morte del fratello don Giuseppe Guaglianone avvenuta il 21 settembre 1901.

(Pubblicato su Camminare Insieme)

martedì 24 ottobre 2017

L'educata ironia di Giulio Andreotti

di
Mario Gaudio

Nel 1980 Giulio Andreotti, chiamato a pronunciare un discorso celebrativo per il centesimo compleanno dell’arcivescovo Alfonso Carinci, esordì con una famosa citazione di Menandro («Muor giovane colui ch’al cielo è caro») suscitando l’ilarità generale e mostrando quel sottile e invidiato senso di educata ironia che da sempre accompagnava i suoi interventi pubblici e privati.
Questo è soltanto uno degli innumerevoli esempi di uno stile espressivo che divenne, col passare degli anni, una vera e propria weltanschauung, indizio di una mente raffinata e colta capace di applicare con naturalezza e cognizione di causa l’antico adagio latino «castigat ridendo mores».
Giulio Andreotti (1919 - 2013)
Il potere logora…ma è meglio non perderlo è un’antologia delle migliori considerazioni ironiche dello statista romano che, gloria e vanto della politica nazionale, ricoprì per ben sette volte la carica di Presidente del Consiglio e per ventisette quella di ministro della Repubblica.
Al di là della brillante e prolifica carriera istituzionale, traspare dalle pagine andreottiane l’inconfondibile cultore di Cicerone a cui si affianca lo zelo dell’appassionato amante della tradizione letteraria classica.
Ogni citazione riportata ne Il potere logora…ma è meglio non perderlo gronda di esperienze di vita privata che si mescolano con le vicende politiche, le tendenze sociali e i gusti culturali del Novecento sino a diventare un elemento unico facilmente identificabile con la Storia stessa.
L’antologia ha di per sé il grande limite strutturale di riportare soltanto una minima porzione degli innumerevoli aforismi andreottiani e ciò impedisce al lettore di avere una visione globale dell’argomento, tuttavia il valore dell’opera consiste nel fatto che, attraverso le sue pagine, si ripercorrono situazioni e momenti importanti della politica italiana e della cronaca, con sferzanti considerazioni su vizi nazionali ancora non debellati: nei confronti dei tanto diffusi evasori fiscali Andreotti chiosava: «L’umiltà è una virtù stupenda. Ma non quando si esercita nella dichiarazione dei redditi»; mentre per i nuovi ricchi lo statista riservava una considerazione al vetriolo: «Vi è un genere pericoloso di numismatici: il collezionista di moneta corrente».
Il potere logora...
ma è meglio non perderlo

di Giulio Andreotti
Non mancano argute riflessioni sulla giustizia («Perché la stupenda frase “La Giustizia è uguale per tutti” è scritta alle spalle dei magistrati?»), sull’antifascismo d’occasione («L’antifascismo è come i vini. Bisogna guardare all’annata»), sugli eterni problemi della Capitale («Non attribuiamo i guai di Roma all’eccesso di popolazione. Quando i romani erano solo due, uno uccise l’altro») e sui cosiddetti «vizi minori» («Annoiato dagli ammonimenti contro l’uso del tabacco un padre rosminiano irlandese ha detto al suo superiore: “Meglio fumare su questa terra che dopo”»).
Insomma, Il potere logora…ma è meglio non perderlo è un libro da leggere, scorrevole e divertente, in grado di offrire sprazzi di luce su anni di storia e costumi d’Italia con un approfondimento sulla ancor poco studiata biografia di Giulio Andreotti che, al netto dei meriti politici, fu una miniera di aneddoti, un appassionato di cultura e un maestro indiscutibile di savoir-faire.

(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)

venerdì 13 ottobre 2017

"Adesso": l'amore contraffatto di Chiara Gamberale

di
Mario Gaudio

Adesso è un romanzo problematico, specchio fedele di una nuova concezione della letteratura e dell’amore che si va facendo strada nella società tecnocratica e globalizzata in cui siamo immersi.
Chi si aspetta un buon testo letterario, magari colmo di richiami alla gloriosa tradizione dei più importanti scrittori italiani, farebbe bene ad astenersi dalla lettura delle pagine di Chiara Gamberale, ma se si vuole intraprendere un percorso – accidentato – tra i meandri di una scrittura anarchica e, talvolta, presuntuosa e ripetitiva il testo dell’autrice romana diventa un passaggio quasi inevitabile.
La narrazione procede infatti in maniera confusionaria, con riprese e abbandoni di immagini e situazioni secondarie che ruotano attorno all’asse portante della vicenda amorosa di Lidia e Pietro. A questo andamento vorticoso occorre aggiungere anche una fretta di fondo che, unita ad uno spropositato affidamento al caso e agli eventi, connota non solo i protagonisti di Adesso, ma anche i vari – a tratti pittoreschi – personaggi marginali.
La logica del romanzo invita a consumare ogni opportunità della vita nell’ambito dell’«adesso», un aspetto questo che se da un lato richiama – sebbene solo superficialmente − il carpe diem oraziano dall’altro frantuma quella necessità di riflettere che, di fatto, sembra essersi dissolta nella società del consumo e della velocità. Tuttavia, la Gamberale presenta il grande limite della vaghezza: si prodiga a consigliare di vivere l’attimo senza definire il concetto di «adesso» che viene genericamente circoscritto come il tempo «fra l’infanzia e il troppo tardi».
Adesso di Chiara Gamberale
Il tema dominante è chiaramente l’amore ma, anche in questo caso, è opportuno rimarcare un netto stravolgimento nei confronti della tradizione classica e, addirittura, rispetto al canone moderno. Il sentimento raccontato dall’autrice è profondamente degradato e spogliato da qualsiasi connotazione ideale, per divenire una sorta di meccanico sfogo dopo vicende andate a male: Lidia esce da una separazione, ma intrattiene un rapporto ambiguo con l’ex marito, mentre Pietro vive il dramma di una moglie che lo ha abbandonato per seguire la vita religiosa. A ciò sono accostate le diverse debolezze psicologiche accumulate dai personaggi e, sostanzialmente, mai risolte.
Alla vicenda principale si accompagna anche una sorta di sottobosco narrativo che racchiude piccole relazioni sentimentali − di natura adulterina o comunque occasionale − che conducono ad un intreccio forzato e artificiale di personaggi dalla mentalità diversa e dal comportamento estremamente eterogeneo.
Adesso è un romanzo contraffatto, a tratti non piacevole, dalla prosa sciatta e irregolare ma, sicuramente, degno di essere letto per comprendere adeguatamente la nefasta involuzione in cui sono precipitati il più bello dei sentimenti e la produzione letteraria dei nostri giorni.
(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)

Veleni e illusioni di una generazione nel romanzo di Christiane F.

di
Mario Gaudio

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino è un romanzo scomodo, inquietante sotto molti aspetti, ma capace, a distanza di anni, di far interrogare e riflettere il lettore che vi si accosta senza pregiudizio e con adeguato spirito critico.
Il libro nasce da un colloquio con Christiane Vera Felscherinow, la protagonista delle vicende, la quale racconta realisticamente la sua triste storia a due importanti giornalisti − Kai Hermann e Horst Rieck – che, ben presto, smetteranno i panni degli intervistatori per vestire quelli, stretti ma necessari, degli ascoltatori.
Le pagine scorrono con una certa rapidità, ma la bruttura e il degrado di cui è intrisa l’esistenza di una tossicomane appena adolescente inducono a lunghe e sofferte pause di riflessione.
Il tema centrale è ovviamente quello della droga, approdo velenoso e illusorio di un’esistenza sventurata che inizia per la giovane Christiane con l’incomprensione familiare e il disagio di un trasferimento. Nella Berlino ovest di fine anni Settanta, la protagonista si ritrova a vivere gli ultimi sprazzi d’infanzia tra i casermoni del quartiere popolare di Gropiusstadt e a subire le angherie di un padre prima violento e poi totalmente indifferente e anaffettivo, tipico esempio di fallimento di una figura genitoriale incapace di instaurare un dialogo costruttivo e rinchiusa in un mutismo orgoglioso e deleterio.
Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F.
Dinanzi a questa squallida situazione quotidiana Christiane, benché tredicenne, non trova il coraggio e l’occasione di sfogare la sua rabbia e rimane coinvolta in un circolo vizioso di amicizie che la condurranno gradualmente alla degenerazione totale attraverso l’uso di sostanze stupefacenti.
Ovviamente, una volta imboccato il mortifero tunnel dell’eroina, la giovane è costretta a confrontarsi con un mondo − parallelo a quello borghese − fatto di spaccio, furto e prostituzione con la costante ansia di sfuggire alle retate della polizia e l’onnipresente pericolo dell’overdose.
Soltanto dopo numerosi e vani tentativi di disintossicazione, falliti a causa di un ambiente sociale poco comprensivo e di una scarsa conoscenza del problema della tossicodipendenza, Christiane riuscirà, grazie alla caparbietà di sua madre, ad allontanarsi dal mondo della droga e da una Berlino − divisa e imbruttita − capace di riempire il vuoto delle coscienze soltanto attraverso gli illusori paradisi artificiali dello sballo.
Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino narra vicende di vite mancate e di esistenze stroncate negli aberranti cessi della metropolitana da iniezioni fatali considerate l’unico antidoto contro i mostri di una realtà divenuta troppo opprimente. Un libro dunque datato, ma estremamente attuale, capace di dare un impulso nuovo alle coscienze ormai assuefatte davanti al problema della droga non più considerata come distruttiva via di fuga per giovani insoddisfatti ma diventata, nel contesto della nostra società tecnocratica e globalizzata, vizio più o meno noto di calciatori strapagati, vip e rampolli di storiche famiglie italiane.

(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)

mercoledì 18 maggio 2016

Danimarca. Scoperto Crocifisso del X secolo

di 
Giulio Cesare De Rosis


Risale alla prima metà del X secolo il Crocifisso vichingo che gli esperti ritengono essere una vera e propria scoperta destinata a segnare la storia dell'arte della Danimarca, nazione in cui è avvenuto recentemente l'inaspettato ritrovamento da parte del ricercatore Dennis Fabricius Holm. E' alto solo 4,1 cm e pesa 13 grammi. L' Arte vichinga si basa principalmente su oggetti in metallo e pietra, essendo, gli oggetti in avorio, osso e legno più facilmente deperibili e quindi più raramente in condizioni di sopravvivere sul lungo periodo. Della scoperta, che potrebbe riscrivere la storia del cristianesimo in Danimarca, ne ha dato notizia, tra gli altri, anche la Radio Vaticana. Si tratta di un crocifisso ritrovato presso la città di Aunslev e risalente alla prima metà del 900 d.C., epoca nella quale il Cristianesimo non era ancora diffuso in questo Paese. 

UNA SCULTURA DEL XIV SECOLO: LA VERGINE COL BAMBINO DI SPEZZANO ALBANESE NELL’ICONOGRAFIA DELLA MADONNA REGINA.

di 
Giulio Cesare De Rosis

Francesco Marchianò di Agostino mi segnalò una rara e misconosciuta scultura del tardo gotico spagnolo. Si tratta di un gruppo scultoreo denominato Mare de Déu del Llibre a Escornalbou (foto 1 - 2) raffigurante la Vergine seduta col Bambino in braccio e reggente il volumen dei Vangeli. Rientra nella tipologia iconografica della Madonna Regina e precisamente della Sedes Sapientiae. In Occidente la Madonna Regina in ambito scultoreo appare nel VI secolo circa come dimostra la Madonna del Sacro Calice nell'Abbazia S. Maria di Follina (Treviso). Nel Medioevo vanno segnalati due notissimi esemplari, ovvero la Sedes Sapientiae di Tino da Camaino conservata nel Museo del Bargello a Firenze e la Madonna Regina di Arnolfo di Cambio, custodita nel Museo dell'Opera del Duomo a Firenze.

Il già citato gruppo scultoreo spagnolo è quello che oggigiorno più di ogni altro può essere apparentato al manufatto litico della Madonna di Spezzano Albanese (foto 3) che, alla luce dei documenti e di oculate osservazioni di natura storico-artistica, abbiamo ritenuto giusto datarlo  XIV secolo. In Calabria esemplari simili alla Madonna delle Grazie di Spezzano non ne troviamo molti, e questo attesta l’antichità meritoria da ascrivere a questo monumento della Calabria Angioina. Il prof. Giorgio Leone mi diceva giustamente che, però, nel Seicento è stata "manomessa" e ciò è avvenuto pure con altre statue in muratura più o meno coeve alla Vergine di Spixana.
Un esemplare più antico, detta Madonna di Mercuri, si trova a Orsomarso ed appartiene al secolo XIII, mentre qualche altro manufatto in pietra, malto e stucco come la Madonna delle Grazie di Morano è di epoca  successiva (XVI secolo – foto 4). Una studiosa recentemente si è occupata dell’iconografia mariana in Calabria con particolare riguardo a quest’ambito scultoreo che ritrae la Madonna seduta con Bambino in braccio e che, a giusta voce, possono essere considerati documenti che riguardano tanto la storia dell’arte quanto l’etnografia. La studiosa Emanuela Papasso per la Madonna di Spezzano non ha messo in discussione la datazione proposta da chi scrive circa il XIV secolo, ma ha ritenuto opportuno ascriverla vicino alla scuola di Stefano da Putignano, accostandosi così per certi versi alle tesi di Alessandro Serra.
Il Serra sosteneva che la statua della Madonna fosse stata costruita dopo il 1451 quando i monaci eremiti agostiniani chiesero al papa di riattare l’antica Chiesa di Sancta Maria di Spizano. Questa asserzione è stata messa in discussione da altri due studiosi, oltre che da chi scrive, come Vincenzo Longo e Francesco Marchianò dal momento che i già citati monaci nel 1451 chiedono al Pontefice di ristrutturare l’antica, dunque già esistente Chiesa della Madonna di Spezzano, ove già la statua si venerava prima che il tempietto cadesse in stato d’abbandono.
Considerato che la Madonna delle Grazie appartiene verosimilmente alla fine del Trecento, dunque alla fine dell’età angioina in Calabria, è da ritenersi esempio di scultura tardo gotico, di modesta manifattura, ma di alto valore artistico come l’esemplare di Escornalbou che, oltre ad essere coeva, si apparenta sul piano iconografico. In merito, poi, alla tipologia della Sedes Sapientiae, un importantissimo esempio è la scultura lignea della Vergine con il Bambino, realizzata da Domenico da Tolmezzo per la chiesa di S. Maria a Borgnano (Friuli Venezia Giulia) e databile c.a. 1479 (foto 5).


 Bibliografia
Cesare De Rosis, La prima ricostruzione storica sulla statua della Madonna di Spezzano Albanese: La Madonna delle Grazie nella scultura trecentesca meridionale in “Katundi Ynë”, Anno XXXV – N.117 – 2004 /4; pp. 25-26.
Cesare De Rosis, Il simulacro medievale della Madonna di Spezzano Albanese nella tipologia della “Madonna Regina”, in “Apollinea” Anno IX – n.1 Gen.-Feb.2005; pp. 28-29.
Cesare De Rosis, La Madonna delle Grazie di Spezzano Albanese e altre sculture nella storia e nell’arte, Spezzano Albanese, 2009 I edizione; 2010 II edizione, 2011-2012 III edizione, Legatoria F. Patitucci  - Spezzano Albanese (Cs).
Cesare De Rosis, La Sedes Sapientiae di Tino da Camaino: un esempio delle sue derivazioni, in “Giornale interattivo San Sosti” 29 Ottobre 2011.
Cesare De Rosis, Pregiudizi e Revisioni sulla scultura della Madonna delle Grazie di Spezzano Albanese, in “Katundi Ynë”, 2014.


Ringrazio Mario Gaudio  per la pubblicazione del presente contributo che vuole essere un altro tassello dei miei reiterati studi sulla Madonna di Spezzano Albanese. Esprimo viva gratitudine, inoltre, per il supporto che ha voluto riservarmi sin dagli albori di questa ricerca con la pregevole prefazione al mio libro nel 2009.

lunedì 29 febbraio 2016

Il patrimonio artistico di Trebisacce nel libro di Ludovico Noia

di 
Mario Gaudio

Trebisacce. Studi sul patrimonio
artistico (secoli XV - XVIII)
di Ludovico Noia
Trebisacce. Studi sul patrimonio artistico (secoli XV – XVIII) è la prima pubblicazione del giovane e valente storico dell’arte Ludovico Noia, emblema di chi, attraverso lo studio e la valorizzazione dei legami con la propria terra e le tradizioni, non si arrende e, a differenza di coloro che propongono soluzioni sbrigative quali il lasciar deperire antichi affreschi sotto le infiltrazioni dell’umidità e la mannaia del disinteresse (come nel caso della chiesa matrice di Spezzano Albanese) o il ricoprirli di un umiliante strato di vernice bianca (come è accaduto pochi giorni fa ai dipinti della storica chiesa dei cappuccini del comune abruzzese di Montorio), indaga il passato per continuare a dar voce ad antiche opere capaci di trasmettere, oggi più che mai, attualissimi insegnamenti.
Noia, a partire da contributi precedenti di appassionati studiosi (Ezio Aletti, padre Francesco Russo, Piero De Vita, i fratelli Leonardo e Luigi Odoguardi) e sulla scia degli scritti e delle ipotesi di Giorgio Leone, si abbandona ad un’attenta analisi sulle opere scultoree custodite nell’antica chiesa madre di Trebisacce che, scorrendo le pagine di questo libro, appare simile ad uno scrigno in grado di racchiudere  una consistente parte delle bellezze artistiche della cittadina dell’Alto Jonio.
Chiesa di san Nicola di Mira
(Trebisacce - centro storico)
L’autore, scrupoloso nell’utilizzo delle fonti e appassionato di ricerca d’archivio, ricostruisce innanzitutto l’annosa questione relativa alla datazione della chiesa madre del centro storico, legata alla diversa e, spesso maldestra, interpretazione di un’iscrizione - rinvenuta sul campanile - che ha fatto oscillare la data di fondazione dell’edificio sacro all’interno di un ventaglio di possibilità comprese tra il 1004 e il 1544.
In seguito, Noia procede ad una attenta disamina delle sculture presenti nella chiesa di san Nicola di Mira proponendo e argomentando, documenti alla mano, attribuzioni e datazioni, soffermandosi in particolar modo sull’operato della bottega dei Cerchiaro (intagliatori e scultori dell’area del Pollino attivi dalla seconda metà del XVII secolo agli albori del XIX) e di Agostino Pierri (artista di Lagonegro). A ciò si aggiunge l’analisi di opere sostanzialmente inedite per la critica: una coppia di mostre di stipiti di porta del XVIII secolo, un confessionale e una serie di elementi decorativi floreali riemersi dopo i restauri che la chiesa madre ha subito nel 2003.
Simulacro ligneo di san Nicola
di Mira (1777)
Non manca un interessante accenno alle vicende di restauro che hanno riguardato l’edificio ecclesiastico nel 1994, episodio importante dal punto di vista storico – artistico, dal momento che sono state rinvenute ventotto fosse tombali con resti umani, la scultura rappresentante Sant’Antonio abate, il simulacro di un santo monaco, il manichino della Madonna Addolorata e, soprattutto, un pregevole Cristo che, adeguatamente ripulito e sistemato, campeggia oggi trionfante sul muro dell’abside.
Noia sposta poi l’attenzione sulla pittura esaminando una tela raffigurante la Santissima Trinità realizzata da Francesco Antonio Algaria, pittore cassanese poco conosciuto, autore di opere sparse in diverse realtà della diocesi di Cassano allo Ionio e di un pregevole dipinto rappresentante la Trinità con i santi Pietro e Paolo (firmato e datato 1769 ma, stranamente, non schedato dalla Soprintendenza della Calabria) custodito, dietro il coro ligneo, sulla parete absidale della chiesa matrice di Spezzano Albanese.
Crocifisso ligneo rinvenuto nel 1994 in
occasione dei lavori di restauro della
Chiesa Matrice di Trebisacce
(prima metà del XV secolo)
Trebisacce. Studi sul patrimonio artistico (secoli XV – XVIII) si presenta dunque come un testo di pregevole fattura, corredato da un imponente apparato iconografico e contenente interessanti spunti di ricerca; il tutto offerto in un linguaggio semplice ma concreto, con i tecnicismi del caso ma scevro di pedanteria.
Insomma, siamo dinanzi ad un libro che merita di essere letto, risultato di ricerca e passione di uno storico dell’arte che, come auspicato, è riuscito a raggiungere quell’equilibrio tra emozioni e obiettività scientifica sopravvivendo allo sterile campanilismo e al querulo sentimentalismo di tanta pseudocultura della nostra martoriata terra calabrese.

(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)

















sabato 27 febbraio 2016

PASSIONE E MORTE di N. S. GESU’ CRISTO

Appunti storico – artistici con particolare riferimento al tema della Crocifissione

a cura di 
Cesare De Rosis

Cristo Crocifisso
Cosa si può dire di nuovo in merito all’iconografia della Crocifissione? Molto poco o nulla. Monumentali studi sono stati condotti in ogni tempo e in ogni luogo da autori ora più ora meno ricercati. Ogni città, ogni borgo con le sue cattedrali, basiliche, chiese, santuari annovera almeno un crocifisso nel proprio inventario.
L’entrata nell’arte del crocifisso si può fare risalire al IV secolo, con l’apparire delle prime croci formate da una trave verticale e un’altra orizzontale, detta “patibulum”, senza la figura del Cristo. L’iconografia della croce ebbe, tuttavia, una rapida evoluzione tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, come è possibile riscontrare nell’abside di S. Stefano Rotondo a Roma, dove comincia a comparire il Cristo posto sopra una croce gemmata, anche se non ancora crocifisso.

A partire dal V secolo la croce con il Cristo comincia a rappresentare il simbolo per antonomasia della religione cristiana ed inizia ad occupare un posto preminente nella produzione dell’arte sacra. La figura del Cristo prende il posto dei diversi simboli con cui era stato concepito nell’antichità, quali la colomba, il pesce o l’Agnello, il più privilegiato presso tutti i popoli del Mediterraneo, come segno dell’innocenza e della purezza e per indicare Cristo come vittima sacrificale per eccellenza.
Nel XII secolo cominciarono ad apparire le prime croci dipinte direttamente su legno da appendere all’arco trionfale delle Chiese. Con questa innovazione si tornava anche alle immagini del “Christus Triumphans”, con il Cristo posto in posizione frontale, con la testa eretta e gli occhi aperti nel trionfo della morte.
L’interesse veristico viene in primo piano, dopo il 1250, ma portando con sé un impoverimento del messaggio teologico.
E’ sintomatico in questo senso il fatto che, dal finire del ‘200, il Cristo sia sempre rappresentato morto, al contrario di quanto era avvenuto sino ad allora, quando il Cristo sulla croce era raffigurato vivo, con gli occhi aperti.
Le raffigurazioni precedenti operavano la loro scelta non per attenuare il realismo del dolore, ma per annunziare già la realtà della vittoria sulla morte.
Di significato analogo è la scomparsa della raffigurazione del Risorto dalle croci. Essa era presente o nella cimasa delle croci, oppure nel gioco del recto/verso dei crocefissi che rappresentavano da un lato il Cristo sofferente e dall’altro il Risorto o il Cristo in gloria.
Dal XIII al XIV secolo si rientra nella raffigurazione del Cristo sofferente, con la testa reclinata sulle spalle, gli occhi chiusi e il corpo incurvato nello spasmo del dolore. Ritorna il “Christus Patiens” con l’esaltazione drammatica del Cristo morente.
Con l’inizio del XV secolo all’arte della tavola lignea dipinta subentrò quella del crocifisso scolpito direttamente sul legno. Anche le forme ieratiche e stilizzate delle croci dipinte si ricompongono e si completano nella bellezza e nell’armonia delle forme classiche.
Per sommi capi queste note possono ritenersi esaustive. Tuttavia è bene sintetizzare ulteriormente queste tappe storiche e completarle con i riferimenti simbolici che l’iconografia della Crocifissione assume in epoche più recenti.
Nell’età paleocristiana appare solo la croce gloriosa. L’Alto medioevo sfoggia il crocifisso trionfante.  Dopo il mille emerge il crocifisso della passione. Con il sorgere del Rinascimento recuperiamo il Cristo uomo ideale. Di lì a poco con la Controriforma, il Barocco ed oltre si alternano estasi e pianto. Et dulcis in fundo nel Novecento o più propriamente nell’arte contemporanea si vuol rappresentare la croce come dramma del mondo.
Una postilla merita la definizione “crocifisso trionfante”. Di stampo bizantino sono le pale d’altare a forma di croce che vedono protagonista, appunto, Cristo crocifisso; un Cristo che però ha gli occhi sgranati, è sveglio: un Cristo che vince la morte perché Figlio di Dio, perché il Salvatore dell’Umanità. Il Cristo Triumphans (Cristo Trionfante per l’appunto), si presenta quindi fermo, privo di dolore o spasmi, vivo e sereno, sorretto ad una croce che racconta in linea di massima tramite pannelli applicati a ridosso del corpo e delle braccia di questa, momenti della vita di Gesù. Nei secoli successivi, e precisamente nel Basso Medioevo, si registra un cambiamento che si accentuerà sempre più fino al Concilio di Trento. Dal XIII secolo in poi, il dolore che martirizza il suo corpo emerge nella resa del suo incarnato, non più roseo, che diventa livido. Le braccia sono più tese e cedono al peso del corpo flesso e abbandonato dalle forze. Il capo è reclinato, gli occhi chiusi; Cristo è così rappresentato nel momento del trapasso e, pur nella dignità del sacrificio, non è più trionfante, bensì dolente. Il mutato clima culturale conduce alla rivalutazione dell’humanitas e per questo, a partire dal tardo Duecento e lungo tutto il Trecento, una concezione più terrena dell'esperienza mistica del fedele fa emergere una nuova visione del mondo fisico e metafisico.
Nell’area più meridionale d’Italia, dove era preminente il Cristo trionfante, un’opera fondamentale che si pone invece in questa circolazione sul modello doloroso è la Stauroteca della cattedrale di Cosenza, opera prodotta a Palermo nel XII secolo. La croce-stauroteca  è stata attribuita dalla tradizione a Federico II, perché ritenuta un dono del sovrano in occasione della riconsacrazione della cattedrale di Cosenza nel 1222 (Santagata, 1974). In realtà, è stata realizzata in età tardo-normanna nei laboratori regali siciliani ed è plausibilmente entrata in possesso di Federico II assieme al composito tesoro dei suoi predecessori (Dolcini, 1987 e 1995).
Un esemplare degno di nota si trova ad Acri. E’ del XIII secolo. Il Cristo è raffigurato con gli occhi chiusi, cioè dopo il momento della morte. Nel sec. XI comincia ad affermarsi la rappresentazione del Cristo morto, probabilmente anche per influsso della teologia orientale, che voleva rimuovere ogni residuo dell’eresia monofisita e sottolineare anche la natura umana di Cristo.
Altra tipologia è la “Crocifissione con i dolenti in umiltà” ovvero con la Vergine e san Giovanni seduti ai piedi della croce. Pare abbia avuto origine nell’Italia centrale tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento, per poi svilupparsi soprattutto in ambito senese e fiorentino nel corso del secolo successivo attraverso la miniatura, l’oreficeria, la pittura e il rilievo. Tra il XIV e XV secolo è attestata in diverse aree italiane.
In tutte le Chiese di Spezzano Albanese, eccetto il Santuario, si può ammirare la statua del Crocifisso: ideata in cartapesta nella Chiesa S. Maria di Costantinopoli e Santa Maria del Carmine, in legno nella Chiesa dei Ss. Pietro e Paolo. Un esemplare magnifico in legno si conserva nella Cappella funeraria della famiglia Longo presso il cimitero cittadino. Allo stesso modo si conservano tre statue del Cristo risorto, di cui due in gesso e uno in cartapesta, rispettivamente nelle due Chiese parrocchiali e in Santa Maria di Costantinopoli.

Gesù Morto
La statua è racchiusa in una teca di vetro impreziosita da cornice dorata. Sotto la statua e il sudario, il “materasso” di velluto rosso reca la data del 1889. Prima che venisse commissionata questa statua veniva utilizzata un’altra di dimensioni più ridotte e certamente più antica oggi conservata nella Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli. Viene portato in processione con l’Addolorata il Venerdì Santo. 

La processione del Venerdì Santo si snoda alle ore venti accompagnata dai canti tradizionali in lingua albanese di cui è parzialmente autore l’arciprete Fronzini, il resto proviene dalla orale tradizione popolare,  dai testi del letterato Giulio Variboba e di Francesco Antonio Santori un sacerdote di Santa Caterina Albanese, in provincia di Cosenza.
Il pio esercizio della Via Crucis, nelle settimane di Quaresima, segue la struttura classica delle XIV stazioni. Il Venerdì viene officiata nella Chiesa dei Ss. Pietro e Paolo mentre la Domenica nella Chiesa di S. Maria del Carmine, dove si conservano stampe esemplari che narrano il percorso di Gesù dal pretorio di Pilato al Calvario. I canti sono attribuiti dalla tradizione a Pietro Metastasio. Le opinioni in merito sono, tuttavia, discordanti tra loro.

Note
Giorgia Pollio, “Oreficeria Federiciana”, in Enciclopedia Treccani , 2005.
Maria Pia Di Dario Guida, La stauroteca di Cosenza e la cultura artistica dell’estremo sud nell’età normanno-sveva, Cava de’ Tirreni 1984.
Maria Pia Di Dario Guida, “Evoluzione di una tipologia iconografica nell’Alto medioevo. Il Cristo crocifisso in Europa e nell’Oriente mediterraneo”, in Alla ricerca dell’Arte perduta, Gangemi editore 2006.
Cosimo Lasorsa (a cura di), “L’iconografia della Crocifissione”, in Il Vaticanese, 6 novembre 2012.
Andrea Lonardo, Nota sulla rappresentazione iconografia del crocifisso ed il suo messaggio teologico ed ecclesiologico, s.d.
Antonio Dario Fiorini, La figura di Cristo nella Storia dell'Arte tra iconografia e simbolismo, 9 aprile 2014.
Cesare De Rosis, “Acri: restituito al culto il Crocifisso medievale”, rivista In Cammino, Anno XVI n. 4, Aprile 2014, p. 22.
Cesare De Rosis. Medioevo Aureo. La Stauroteca di Cosenza nella produzione artistica della fase normanno – sveva (in corso di stampa)
Gianni Cioli, “La Crocifissione con i dolenti in umiltà. Appunti per un’indagine teologica”, in Arte Cristiana, Anno CIII, 891, Novembre - Dicembre 2015, pp. 433 – 442.

Ringrazio Mario Gaudio per aver permesso la pubblicazione di questo articolo presso la sua rivista on line.

sabato 13 febbraio 2016

"Il lavoro intellettuale": Guitton tra impegno e spiritualità

di
Mario Gaudio

Il lavoro intellettuale di
Jean Guitton
Il lavoro intellettuale è un libro che stupisce per la sua semplicità, dato ancor più rilevante dal momento che si tratta dell’opera di un filosofo che, contrariamente ai suoi colleghi, sfugge all’utilizzo di un linguaggio astratto e quasi iniziatico.
Tuttavia, l’umiltà della forma non deve erroneamente indurci a pensare ad una povertà contenutistica che, sicuramente, non è attribuibile al suddetto testo.
Jean Guitton entra quasi in punta di piedi per distillare tra le pagine anni di esperienze vissute nel campo degli studi e sintetizzare i principali insegnamenti che ne ha tratto. Non è un caso, infatti, che lo stesso autore dichiari di aver generato un «libretto di consigli», destinato a tutti coloro che studiano o lavorano.
Certo, scorrendo i vari capitoli, ci si rende immediatamente conto del fascino di pagine concepite nella calma e nel silenzio, quasi in netto contrasto con il rumore e la frenesia che la civiltà tecnocratica odierna ci impone ma, forse proprio per questo motivo, i messaggi di Guitton arrivano a colpire in maniera efficace la sensibilità di un lettore ormai non più abituato alla riflessione, assuefatto ad un bombardamento informativo tanto rapido quanto labile che scorre sulla rete o comunque attraverso testi mal scritti o autori inspiegabilmente prolifici le cui pagine, foraggiate a sproposito da enti, associazioni culturali ad personam o addirittura ministeri, tritano inesorabilmente un unico concetto, magari anche inizialmente valido, ma presentato al lettore in salse diverse e in acrobatiche e illeggibili variazioni.
Guitton, forte della sua attività culturale e dell’esperienza della privazione (consumatasi nella lunga prigionia presso il famigerato campo Oflag IV D durante gli anni Quaranta), stimola a sviluppare un metodo di lavoro e ad utilizzare al massimo grado le nostre energie mentali in modo da produrre maggiormente e con minor fatica, tenendo sempre presente che la ricerca della perfezione ghiaccia le facoltà e paralizza la fantasia, dacché ci si impone di raggiungere un attributo che appartiene alla divinità, ma che non connota la specie umana.
Ecco dunque che, tra le pagine, si delinea il ritratto del vero intellettuale che, in fin dei conti, non possiede molte cognizioni, ma ha l’abilità di usarle adeguatamente e, soprattutto, riesce a carpire ciò che può essergli utile dalle situazioni più disparate, consapevole del fatto che scegliere un progetto significa, molte volte, escluderne altri ugualmente validi e giustificabili. A ciò si associa la capacità di utilizzare con maestria i vari tipi di argomentazione (a priori, a posteriori e a contrariori), l’astuzia di fare sempre affidamento su autorevoli studi precedenti e la docilità nel lasciarsi guidare dal desiderio che, in fin dei conti, è l’unico, potente e affidabile motore della vita umana.
Il filosofo francesce Jean Guitton
(1901 - 1999)
Nei più svariati casi dell’esistenza, l’uomo trova poi un fedele alleato nei libri, «precipitato» della vita quotidiana capace di metterci in contatto con «la magia di altre esistenze» e situazioni consumatesi in epoche e luoghi remoti.
Insomma, col suo ritmo cadenzato, quasi da antica nenia, tipico di una certa cultura cattolica del Novecento, Il lavoro intellettuale penetra nelle fibre intime del lettore innescando un processo nostalgico che, inevitabilmente, porta a riconsiderare l’utilizzo del tempo a nostra disposizione e a meditare sull’instabilità intrinseca di cose e sentimenti. Un libro ideale, dunque, per fredde e piovose serate d’inverno, con pagine che ben si conciliano col crepitio nel focolare e una bevanda fumante; un testo essenziale per creare attorno a noi una pace da chiostro che, stranamente, risulta più assordante del volume del televisore.

(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)